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IMMAGINA...

Sei lì, stanco della consuetudine di gesti e azioni ripetute all’infinito, giorno dopo giorno.
Sei lì e ti assale l’ansia perché non sai deciderti su cosa fare nel weekend. Un giro in collina? Una biciclettata? Me ne sto a casa a guardarmi un dvd? Preparo una torta e invito gli amici a mangiarla?

Immagina di avere sete. Hai sete ma l’acqua dal rubinetto non esce, anzi, non c’è nemmeno il rubinetto. Neanche i tubi che dovrebbero arrivare al rubinetto ci sono. Non c’è nemmeno il lavello, la cucina. C’è solo una stanza senza mobili, il pavimento in terra battuta e tu lì sei seduto in un angolo che hai sete. Ti guardi intorno e non c’è una sedia, un tavolo, una mensola, uno scaffale, qualcosa con sopra dei bicchieri, dei piatti, delle posate, delle pentole. Nulla. Solo una piccola buca piena di cenere al centro della stanza con sopra una specie di pignatta ammaccata e annerita. Più in là, sotto il foro nel muro che fa da finestra, una vecchia tanica di plastica lercia.

Immagina di alzarti con fatica perché fa caldo e la polvere alzata dal vento ti secca i polmoni. Prendi la tanica ed esci.

Immagina che il pozzo più vicino sia a cinque chilometri dalla tua capanna di fango. Cinque chilometri di savana color ocra, popolata di serpenti, iene, qualche leone, ogni tanto un rinoceronte scontrosamente attaccabrighe con chi invade il suo territorio.

Immagina che la sete si fa più forte e che un po’ d’acqua ti servirà per bollire qualche tubero e per lavarti mani e viso. E ti tocca dimenticarti i pericoli e avviarti sul sentiero che porta al pozzo.

Immagina che, nonostante tutte le difficoltà, tu sia giovane e sufficientemente forte da affrontare una tale passeggiata a passo abbastanza spedito. A scanso di imprevisti e calcolando che al ritorno avrai una ventina di litri nella tanica da portare, quanto potresti metterci? Due ore, forse tre? Magari anche di più considerato che ogni tanto ti dovrai fermare a riprendere fiato sotto una canicola che può arrivare a 45 gradi.

Immagina che ce la fai a tornare. Appoggi la tanica nell’ombra più riparata della capanna. Togli il tappo. Inclini lentamente il contenitore per non rischiare di perdere nemmeno una goccia. Versi un po’ di liquido tiepido nella mano a conchiglia e bevi. Poco poco, quel tanto che basta per avere la sensazione di non bruciare dentro. E con le poche gocce che rimangono attaccate al palmo della mano ti inumidisci gli occhi.

Immagina la sensazione che può dare quell’acqua torbida che ti scende nella gola in un gioco d’azzardo tra i batteri e i tuoi provati anticorpi. Un paradiso.

Immagina quindi ti alzarti dissetato e rinfrancato. Esci di nuovo e ti avvii con il fondo tagliato di una bottiglia di plastica verso il piccolo recinto addossato alla capanna dove c’è l’unico bene che possiedi: una capra scheletrica e dall’espressione triste, ma che ancora riesce a darti un paio di bicchieri di prezioso latte ogni giorno. Finché dura.

Immagina di mungerla tra le mosche affamate più di te e un pungente odore di putrefazione e di portare anche il nettare giallognolo e grasso nel riparo della capanna.

Ecco la cena è quasi pronta. Poi potrai finalmente dormire e ritrovare la forza di rialzarti per affrontare un’altra giornata.

Sei lì, sprofondato nel divano con la cervicale che pizzica e la noia che ti opprime l’anima.
Immagina... puoi.

Pubblicato il 31/3/2014 alle 14.49 nella rubrica Diario.

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