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ME LA TIRAI...

Ho già raccontato molte volte del mio arrivo in Italia nel 1969 e della mia infanzia trascorsa in Danimarca dove eravamo emigrati dopo un pellegrinaggio di anni vissuti tra un campo profughi e l’altro, provenienti dalla ex Jugoslavia.

Nato in un campo profughi da padre italiano e madre slovena, cresciuto in Danimarca, ovvio che l’italiano per me era un territorio da scoprire e conquistare giorno dopo giorno, con fatica e spesso inciampando come ancora oggi mi capita arrampicandomi alla ricerca di sinonimi e tempi verbali.

Non mi aiutò l’aver iniziato le elementari in Danimarca a sette anni e lì averle frequentate fino alla quarta per poi cozzare contro la rigidità di una maestra (della quale ho rimosso nome e aspetto) che si oppose al mio passaggio nella quinta italiana poiché, parole sue, “Non aveva tempo di star dietro a uno che non sapeva l’italiano”. In realtà non è che non sapessi l’italiano, lo masticavo mescolandolo con il dialetto trevigiano di mio padre e quello goriziano di mia madre. E’ vero che nella mia testa ogni singola parola faceva un funambolico percorso di traduzioni dall’italiano al dialetto al danese e viceversa, ma non ero un idiota e magari con un po’ d’aiuto ce l’avrei fatta senza troppi problemi. Ma tant’è, mi trovai a frequentare la quarta elementare con ragazzi e ragazze che avevano due anni meno di me e a quella età due anni equivalgono a dieci.

Alla faccia della preoccupata maestra venni promosso e superai brillantemente l’esame di quinta. Certo il mio italiano era ancora zoppicante e il mio vocabolario era ben lungi dall’essere sufficiente a sostenere una conversazione che andasse oltre i convenevoli ma mi arrangiavo, anche improvvisando e ovviamente raccogliendo un’abbondante serie di figuracce.

Al di là degli inciampi, ogni giorno era però una continua e stimolante scoperta di termini nuovi che memorizzavo e poi magari usavo a sproposito o in un modo che per un bambino poteva suonare stonato. Chessò, per esempio “affinché” non avevo idea che fosse una congiunzione e che oltretutto richiedesse il congiuntivo, così lo infilavo un po’ ovunque fino a sparare mostruosità del tipo “Mangio affinché sono pieno!”. Che ne sapevo io? Mi suonava bene e non è che i miei compagni italo-veneti ne sapessero molto più di me. Mi guardavano strano e forse avranno pensato che me la tiravo un po’.

A proposito di veneto, devo dire che anche imparare il dialetto non è stato semplice. Quello che conoscevo io non aveva nulla a che fare con quello dell’entroterra veneziano e anche l’esplorazione di quel mondo è stata un’avventura non da poco.

A causa dei due anni persi per strada, sono arrivato in prima media alla bella età di tredici anni in classe con ragazzi e ragazze di undici (qualcuno addirittura di dieci). Per fortuna sono capitato in una scuola nuova con tutti insegnanti giovani, una preside illuminata e due compagni di classe ripetenti che non mi hanno fatto sentire solo.

Musicalmente la mia infanzia scandinava è stata, a parte le canzoncine per bambini in danese, soprattutto inglese ed americana, merito dei miei fratelli più grandi che ascoltavano Bob Dylan, Donovan, Joan Baez, i Cream, i Rolling Stones, i Beatles, Elvis Presley, Little Richard e tanti altri. A dodici anni sapevo a memoria, pur non capendone il significato, un sacco di canzoni in inglese. Stupivo i miei compagni di giochi cantando come una sorta di scioglilingua “Obladì obladà” dei Beatles o “Rock around the clock” di Bill Haley. In questo caso me la tiravo un pochino.

Sapevo pochissimo della musica italiana. Qualche vinile che mia zia ci mandava a Natale insieme al panettone e gli auguri. Canzoni della tradizione veneziana, romanze e arie liriche o interpreti come Milva che cantava “Milord”, Claudio Villa, Domenico Modugno, Peppino Di Capri che negli anni sessanta andavano per la maggiore. In casa si ascoltava anche molta musica slovena, polke, mazurke e valzer suonati da sgangherate orchestrine in costume tradizionale accompagnate dal profumo di salsicce, crauti e fiumi di birra danese.

I primi anni in Italia naturalmente guardavo molta televisione, per curiosità ma anche perché ero affascinato da quei suoni nuovi che, ero consapevole, dovevo assimilare il più in fretta possibile.

E allora vai con Canzonissima, Sanremo, i varietà del sabato sera, gli sceneggiati, la TV dei Ragazzi, la cordiale simpatia di Febo Conti, le signorine buonasera, Ruggero Orlando e la sua erre arrotolata che ricordava quella danese, Alighiero Noschese, Raffaella Carrà, Corrado e naturalmente Mina, Massimo Ranieri, Mino Reitano, Gianni Morandi, Gianni Nazzaro, Nada, Adriano Celentano, Caterina Caselli, Rita Pavone, Orietta Berti, Ornella Vanoni e tutti i melodici italiani più o meno urlatori.

Intanto però i miei fratelli che erano rimasti in Danimarca venivano in vacanza da noi durante l’estate e continuavano a portarsi il loro bagaglio di musica folk, di protesta, rock e beat. Ovviamente traducevano in italiano anche i loro gusti musicali e quindi quando scendevano cercavano gli omologhi italiani dei loro modelli anglofoni. Incuriosito dalle loro scoperte, cominciavo perciò ad ascoltare anche Gaber, I Nomadi, Guccini, De Andrè e poi De Gregori, Battisti, , Bennato, Venditti, Dalla e tutti i loro illustri predecessori del cosiddetto universo cantautorale come Bindi, Gino Paoli, Tenco e i francofoni Brel e Brassens. Un “bombardamento” di parole niente male per il cervello affamato di un tredicenne.

Fecero capolino sulla scena musicale di quegli anni un bel po’ di nuovi gruppi rock che, lo dico semplificando, mescolavano la tradizione rock con elementi più melodici, con radici nel blues e che pur suonato con gli strumenti tipici del rock, richiamava a tratti la musica classica e il jazz. In estrema sintesi questo nuovo genere venne denominato “progressive rock” (o prog rock) che nella prima metà degli anni settanta vide nascere moltissime formazioni italiane che si ispiravano a band psichedeliche quali i Pink Floyd, i Procol Harum, gli Aphrodite’s Child, The Who o l’immenso Frank Zappa, solo per fare alcuni esempi.

Mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti esordivano i Jethro Tull, i Van Der Graf Generator, i King Crimson, i Genesis, gli Yes, Emerson Lake & Palmer, in Italia nacquero gruppi come  gli Area, i Goblin, i New Trolls, il Banco del Mutuo Soccorso, le Orme, la Premiata Forneria Marconi che però, almeno all’inizio vennero etichettati come esecutori di un non meglio definito “pop italiano”.

Cominciava ad essere sempre più complicata la mia costante opera di traduzione non solo delle parole ma anche delle sensazioni, delle emozioni italiane. La musica e le parole di questi nuovi gruppi si sovrapponevano a  quello che stavo imparando a considerare “straniero” nel mio percorso di italianizzazione. Ora capivo il senso dei testi ma molte parole ancora restavano nell’ombra. Un po’ meglio di quando cantavo Obladì Obladà ma non ancora sufficientemente limpido, persino i nomi in alcuni casi rimanevano un mistero da svelare.

“Area” era facile, sapevo bene che era riferito ad una superficie o ad un luogo. “Orme” c’ho messo poco a capirlo. “Premiata Forneria Marconi” mi ha messo in difficoltà ma non mi ci è voluto molto a mettere insieme i pezzi del puzzle (Premiata=che ha ricevuto un premio; Forneria=che ha a che fare con un forno; Marconi=il nome del forno). “Goblin” e “New Trolls” era facile; avevo vissuto in Danimarca dove goblins e trolls infestano tutte le fiabe. Sul “Banco del Mutuo Soccorso” invece, mi sono incagliato.

Cosa diavolo voleva dire? “Banco” ok doveva essere qualcosa che aveva a che fare con il banco di scuola oppure il bancone di un bar. Anche di “Soccorso” conoscevo il significato.
Ma “Mutuo”? E chi l’aveva mai sentita quella parola? Io no e, scoprii poi, nemmeno la maggior parte dei miei compagni di classe.
Confusione su confusione: come era possibile che nemmeno gli italiani conoscessero una parola italiana? In qualche modo ad un certo punto scoprii, forse leggendo un giornale, l’origine del nome e quindi il significato di quel termine così misterioso. La leggenda narra che Vittorio Nocenzi (tastierista e fondatore del Banco) ottenne un’audizione alla casa discografica RCA che era alla ricerca di nuovi gruppi musicali ma che Nocenzi non avesse all’epoca un gruppo a disposizione. Coinvolse quindi amici e parenti che fossero in grado di suonare e si presentò con quello che decisero di chiamare appunto “Banco del Mutuo Soccorso” ispirandosi al fatto che si erano aiutati l’un l’altro per risolvere il problema.

Ero molto orgoglioso di me stesso per aver chiarito l’arcano e naturalmente non perdevo occasione per raccontarlo a chiunque me lo chiedesse, ma anche che non me lo chiedesse.

Forse è stato quello il momento in cui per la prima volta mi sono sentito italiano.

E quella volta sì, me la tirai.

(dedicato con affetto a Francesco Di Giacomo).

Pubblicato il 25/2/2014 alle 10.54 nella rubrica Diario.

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