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L'AQUILONE

Avrò avuto sì e no sedici anni, un adolescente che aveva già vissuto parecchio. Nato in un campo profughi, poi l'emigrazione, l'infanzia al nord a metà strada tra il tepore mediterraneo e il gelo del Polo Artico. Il ritorno in Italia con una scelta di tempi che più sbagliata sarebbe stato difficile, nel 1969 in pieno autunno caldo, scioperi, picchetti, licenziamenti, crisi che poi diventò anche energetica, austerity, inflazione, insomma più o meno come adesso, solo che allora le informazioni erano d'inchiostro sui giornali oppure le voci dai toni gravi e preoccupati dei conduttori del TG, oggi tutto scivola sulle frequenze impalpabili e disimpegnate dei tablet, degli smartphone, del cazzeggio.

A sedici anni i ragazzi si divertono,ma a quel tempo c'era poco da ridere. A colazione latte con l'orzo e pane, a pranzo pasta spesso in bianco e a cena a volte doveva bastare pane, mortadella e un'insalata condita con l'olio di semi. L'anno prima avevo cominciato a lavorare da stagionale in un campeggio e quello che guadagnavo durante l'estate doveva bastarmi per tutto il resto dell'anno. Ho imparato presto a non avere invidia e a fare di necessità virtù. Per andare a lavorare mi serviva un motorino. E certo il Ciao sarebbe stato il massimo, magari azzurro, ma costava troppo e con il primo stipendio mi comprai un Califfo Atala verde metallizzato, esteticamente lontano un milione di chilometri dal profilo elegante del noto motorino Piaggio, ma più grosso e “adulto”del “ciaeto” tanto diffuso tra i miei coetanei più benestanti. Ne ero orgoglioso come un padre del figlio, quello un po' sfigato.

Era una vita difficile ma, se proprio vogliamo trovarci un aspetto positivo, una vita molto concreta che nella difficoltà di sbarcare il lunario costringeva ad essere attivi, creativi, perfino positivi se non addirittura ottimisti.Quando si ha solo il bicchiere si tende a sperare di vederlo un giorno almeno mezzo vuoto.

Tutto questo mi portava ad essere un ragazzo serio, non musone, ma riflessivo e a volte brontolone. Qualcuno dei miei amici di allora, guardando delle foto mie a quell'età, si è lasciato scappare che “non sono cambiato per niente”, il che vuole dire che oltre a essere ancora un brontolone,a sedici anni ne dimostravo già cinquantacinque.

Il carattere e il temperamento di una persona, me compreso, si formano e si trasformano a seconda delle esperienze che si vivono, delle persone che si conoscono e di ciò che questi incontri portano con sé e quanto di questo vissuto poi trasformiamo e adattiamo a noi stessi.

Come tutti anch'io ovviamente ho incontrato di volta in volta sulla mia strada, secondo i periodi storici e biologici, persone, situazioni che mi hanno fatto fare delle scelte o che mi hanno acceso delle passioni. Le letture, la musica, la pittura, il disegno, lo sport, la politica, ciascuna di queste espressioni ha una o più volti di persone, voci, suoni, colori che un pezzetto alla volta, senza che me ne rendessi conto, hanno costruito e continuano a costruire la persona che sono.

Per esempio con i libri ho cominciato bene. Il primo libro vero che ho ricevuto in dono è stato “Emil fra Lønneberg ” (Emil da Lonneberga) di Astrid Linfgren con i delicati disegni di Björn Berg, l'autrice svedese anche di Pippi Calzelunghe per intenderci. Me lo regalò mia sorella l'ultimo Natale che trascorsi in Danimarca prima del rientro in Italia. Una serie di storie divertenti che servì ad addolcire un po' la drammaticità di quel cambiamento così radicale di abitudini, di cultura, di mentalità, di odori. L'ho letto e riletto decine di volte ed è ancora lì sulla libreria vicino a Jules Verne, Andersen, Salgari e altre avventure. 

Musicalmente durante l'infanzia negli anni sessanta in casa si seguivano sostanzialmente due filoni: da una parte quello melodico rappresentato da arie d'opera gorgheggiate da Beniamo Gigli e la radio sintonizzata sul gracchiante canale italiano che diffondeva le hit dell'epoca; dall'altra quello rock o, per l'epoca alternativo, dei nuovi cantautori americani che avevano raccolto l'eredità della beat generation e del folk sociale di Woody Guthrie. Insomma in salotto volava la colomba bianca di Nilla Pizzi e dalle camere dei miei fratelli si sentivano il blues dei Rolling Stones e la voce nasale di Bob Dylan. Lungo il corridoio ogni tanto ci scappava pure qualche accordo dei Beatles. Ma questo appartiene ad un periodo di lettura e di ascolto in qualche modo passivo perché indotto da terzi. Non ero stato io a scegliere cosa leggere e cosa ascoltare. Il mio “attivismo” culturale iniziò con altri due regali che però furono talmente importanti che convinsi me stesso di averli scelti io in prima persona. 

Mio fratello maggiore, quando da poco avevo compiuto quattordici anni, prima mi fece sentire (e mi lasciò) “Tutti morimmo a stento” primo concept album del 1968 di Fabrizio De Andrè e qualche mese più tardi, non contento, mi regalò il romanzo “Demian” di Hermann Hesse. Ce la misi tutta per capire e perciò ascoltai e riascoltai il vinile fino a consumarlo e rileggevo le stesse pagine daccapo e daccapo, ma la scarsa confidenza che ancora avevo con l'italiano da una parte e l'età non proprio adatta per tali ascolti e letture dall'altra, non mi aiutarono. La cosa mi sconfortò non poco ma alcuni anni dopo riascoltando il disco e rileggendo il libro, mi accorsi che qualcosa di quei “mattoni” in me era rimasto perché ricordavo i versi, le melodie e perfino l'intreccio del racconto. Evidentemente insieme alla memoria avevo conservato anche una piccola parte dell'oscurità che De André e Hesse avevano messo in musica e parole. Un'ombra che si sposta sulle pareti del cuore, a volte scende fino allo stomaco o mi prende alle spalle appesantendomi la schiena e la vita, ma alla quale ormai sono abituato e, anzi, considero utile quando sento il bisogno di ripararmi dalla troppa luce.

Ho imparato presto che nulla è dovuto, che a volte non è sufficiente chiedere per avere, a volte occorre alzare la voce ma che è inutile gridare se non si hanno le parole che diano un senso a quelle urla.

Avrò avuto sì e no sedici anni, un adolescente che aveva già vissuto parecchio. Scrissi una canzone che mio fratello Luciano musicò.
Ricordo solo l'incipit che faceva:

“Non voglio essere un aquilone
non mi va di volare...”.

Il cielo lasciamolo alle nuvole e agli uccelli.
La gravità che ci tiene attaccati a terra, in fondo non è tanto grave.

Pubblicato il 14/9/2013 alle 8.59 nella rubrica Diario.

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