9 febbraio 2012
Roma polare
Premessa:
mi considero un automobilista attento alle regole. Non supero i limiti di velocità, faccio passare i pedoni sulle strisce pedonali, rispetto i semafori, mi metto la cintura, non rispondo al cellulare mentre guido e soprattutto uso l’auto solo se strettamente necessario.
Perché questa premessa? Perché mi rendo conto di far parte di una schiera ridottissima di persone che concepiscono la macchina solo per quello che è, cioè un mezzo di trasporto e non un prolungamento delle proprie frustrazioni oppure la sublimazione di uno status sociale.
Non sto esagerando, basta guardare una qualsiasi strada a qualsiasi ora. E’ un flusso continuo e ingiustificato di scatole metalliche che ammorbano l’aria, ciascuna contenente un’unità carbonio con i nervi a fior di pelle, che parla al telefono, che ascolta musica con le cuffiette o che fa qualsiasi altra cosa che non sia prestare attenzione alla guida. Raramente le scatole contengono più di una persona e scommetto che altrettanto raramente quelle quattro ruote sono usate per percorrere non più di un paio di chilometri. A volte il traffico è talmente intenso che a piedi o in bicicletta si arriverebbe a destinazione in metà tempo. Ma niente, vuoi mettere la comodità?
In realtà non è di questo che vorrei parlare. Era solo per dire che, volendo e con pochissimo sacrificio, molto spesso dell’auto si può fare a meno.
Seconda premessa:
romani e amici di altre grandi città, non prendetevela per quello che scriverò. Non è mia intenzione generalizzare anche se la tentazione è forte. Conosco Roma abbastanza bene per esserci stato parecchie volte grazie al fatto che ci vivono amici che frequento da anni e quando ci vado ovviamente prendo il treno. Solo un paio di volte mi è capitato di andarci in macchina e ho solennemente giurato su quanto ho di più caro che non lo rifarò mai più.
Il primo impatto che si ha con la capitale è il cosiddetto Grande Raccordo Anulare (GRA), una tangenziale senza pedaggio che circonda Roma per circa 68 chilometri di lunghezza. E’ stato calcolato che ogni giorno vi transitano circa 160.000 veicoli (oltre 58 milioni all’anno!). Lungo il suo percorso vi sono innumerevoli svincoli, alcuni numerati, altri inspiegabilmente no. Ovviamente prima di affrontare un tale mostro di incongruenze e di massa veicolare, uno cerca di prepararsi, di studiare il percorso migliore e questo sulla carta non sembrerebbe nemmeno tanto difficile: arrivò lì, esco di là e arrivo dove devo arrivare. Magari!
A parte i perenni lavori in corso che già di loro inducono stati d’ansia e attacchi di panico, ciò che maggiormente può far uscire letteralmente di testa un automobilista forestiero, è la condotta assolutamente priva di ogni solidarietà o di minma considerazione dei piloti locali. In barba a limiti e indicazioni, sfrecciano superando a sinistra e a destra e se potessero sopra e sotto. Se niente niente si rallenta per leggere un cartello mimetizzato da secoli di incuria e da mille altri segnali sovrapposti, inizia un concerto assordante di clacson e di luci stroboscopiche accompagnate da espliciti gesti che di volta in volta ti invitano a morire ammazzato e/o andare a quel paese (e uso un eufemismo). La tensione sale e inevitabilmente si perde di vista l’uscita giusta. E chi ha il coraggio di uscire alla prossima e tentare poi in qualche modo di rientrare? A me è capitato di fare tutto il giro pregando, da ateo, la Madonna e tutti i Santi di ribeccarla giusta.
Usciti miracolosamente indenni dal primo girone d’asfalto, tocca inserirsi nel traffico urbano e naturalmente la candida ingeniutà di chi viene da fuori spera in cuor suo che i limiti delle strade cittadine siano più osservati. Speranza vana. Il primo semaforo che ho incrociato era rosso e diligentemente, dovendo proseguire dritto, mi sono fermato sulla striscia orrizontale in attesa che scattasse il verde. Dopo qualche secondo, tanto in fretta che non riesco a ricordarmi di averne avuta consapevolezza, mi sono trovato circondato da decine e decine di macchine, davanti, dietro, di fianco e, a spina di pesce, anche davanti (beatamente sopra le strisce pedonali). Chi doveva girare a destra era sulla corsia di sinistra e viceversa! Un bordello indescrivibile: strombazzamenti, frenate e accelerrate, gente che bestemmiava e che guardava gli altri con sguardi carichi di un odio vero, cattivo e inquietante. Mi sono imposto di non farmi condizionare e ho fatto passare tutti, anche quelli che facendo manovra per superarmi si sono sbizzarriti a declinare fantasiosi epiteti nei confronti di tutti i miei parenti, vivi o morti che fossero. Ne sono uscito, non so come ma ne sono uscito e in qualche modo abbiamo raggiunto gli amici che ci aspettavano. Naturalmente nei giorni successivi la macchina se ne è stata buona buona nel parcheggio e noi ci siamo comodamente mossi con i mezzi pubblici.
Perché racconto tutto questo? Ripeto, nulla contro i romani poiché la stessa scena probabilmente (anzi sicuramente) potrebbe essersi svolta a Milano, a Napoli e in qualsiasi altra grande città. Ho citato l’esperienza romana perché a Roma, in questo tipo di situazione e con questa mentalità, è nevicato per qualche ora. Basta il mio breve resoconto, sommato a pochi centimetri di neve per spiegare il caos di cui abbiamo sentito e letto in questi giorni. In particolare mi ha colpito, più delle polemiche tra sindaco e protezione civile, il racconto sommesso e civilissimo di un disabile rimasto bloccato su uno degli svincoli del raccordo anulare di cui sopra, dalle 11 di mattina fino alle 11 di sera. Era tutto talmente intasato che i mezzi di soccorso non sono riusciti a raggiungerlo e lui se ne è rimasto lì per tutte quelle ore a neanche un chilometro da casa in una delle più importanti capitali d’Europa. Ma sapete perché è rimasto bloccato su quella rampa? Non perché ci fossero così tanta neve e ghiaccio da impedirgli di percorrerla, no, perché in mezzo alla strada, proprio in mezzo alla carreggiata alcuni suoi concittadini hanno deciso di fermare la macchina per montare le catene. Le catene? Erano talmente tanti e sicuramente uno più imbestialito dell’altro, da aver occupato ogni centimetro quadrato di asfalto. Ma anche fossero stati dieci o più centimetri di neve, due sono le cose che si dovrebbero fare: o rallenti e procedi a passo d’uomo finché trovi lo spazio per fermarti o arrivi a destinazione, oppure la macchina la lasci a casa!
E’ neve e la neve prima o poi si scioglie. A Roma poi non resiste (come infatti non ha resistito) più di una giornata. Si scioglie e poi tutto torna come prima. Basta avere pazienza e aspettare un po’. Invece niente, tutti in macchina a correre di qua e di là apparentemente senza meta.
Sintomatico e tracicomicamente divertente sono stati poi ne giorni successivi i servizi andati in onda nei telegiornali. Alcuni amici mi hanno riferito che inviati imbaccuccati come eschimesi si aggiravano in centro alla ricerca disperata di un residuo cumulo di neve da inquadrare per giustificare il tono allarmato e drammatico della telecronaca. Per giorni e giorni sono andati in onda gli stessi filmati del tipo che rompe il ghiaccio con una scopa e di una tizia che traballa sugli stivali tacco dieci.
Non nego che il maltempo abbia provocato dei disagi, il maltempo questo fa. Dico solo che dobbiamo imparare a smettere di scaricare sugli altri le nostre responsabilità. Soprattutto in casi come l’emergenza, che emergenza non è stata, di Roma. Sono convinto che quel giorno molti avrebbero potuto evitare di usare la macchina e altrettanti potevano investire qualche minuto e pochi centesimi per procurarsi un paio di scatole di sale grosso da spargere sul marciapiede davanti casa.
In Danimarca (com’è lontana la Danimarca!) se non ti preoccupi di sghiacciare e pulire il tuo pezzo di marciapiede, ti danno la multa (coerentemente salata). Direte: “ma in Danimarca nevica spesso e ci sono abituati”... appunto impariamo qualcosa da chi ne sa di più.
| inviato da rumoridigente il 9/2/2012 alle 12:14 | |
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