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  rumoridigente [ voci di strada, rumori di gente... ]
         

 
blog iniziato il 31 gennaio 2007
(contatore ShinyStat dal 22/2/07)


Marino Marini

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Sono uno qualunque
che ascolta i rumori
e a volte sente le voci.
Non ho obiettivi
particolarmente importanti e
non pensarci rende più gradevole
la sorpresa di averli raggiunti.
Benvenute/i
in questo non luogo...

(give peace a chance)

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CHE RUMORI? QUALI VOCI?

Diario
:
è la rubrica di base del blog...
pensieri più o meno liberi
e non classificati.

Storie:
racconti e ricordi di storie
mie o di altri illustri sconosciuti.

Il Bancone:
cronache dal
ventre di una Biblioteca.

Musicanti:
note di note e
di noti e meno noti.

Emigrazione:
tracce di emigranti.

Giochi o società:
appunti di attualità
o di attuale quotidianità.

Amenità:
per sorridere.

RACCONTO:
scriviamo insieme
LA storia.

DISEGNINI:
scarabocchi di un
talento sprecato.

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CONSIGLI PER LA LETTURA:



 

per info più dettagliate visitate il sito:

http://www.viadelcampo.com/

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HO ASCOLTATO DI RECENTE :

UN PO' DI TUTTO E UN PO' DI NIENTE...

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(SONO ANCHE SU MYSPACE 
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Se volete citare i miei post, fatelo pure ma per correttezza e per rispetto al seppure minimo sforzo creativo che c’ho messo, vi chiedo di riportare o il nome dell'autore (che sarei io) o l'indirizzo e il link del blog.



 

 


 


18 gennaio 2014

POLITICA roba vecchia, roba nuova.

Parlare di politica.

Dire di voler parlare di politica è diventata un’espressione forte, una sfida quasi. Che cos’è la politica? O meglio, a cosa si è ridotta la politica oggi?

Lasciamo stare la retorica del “tutto è politica”, le scelte che si fanno quotidianamente sono sempre più individualistiche e hanno per questo ricadute soprattutto all’interno di microsistemi sociali come la famiglia, il posto di lavoro, la classe scolastica o il bar. Ricadute che quasi mai hanno effetto sulla generalità. Si esauriscono entro le mura domestiche oppure evaporano nelle chiacchiere, anche animate, tra uno spritz e l’altro. La gente si preoccupa dei conti che non tornano, si anima in discussioni accese su un provvedimento che il più delle volte non conosce nel dettaglio, si lamenta delle tasse, delle multe, dei prezzi, ma sostanzialmente non va molto oltre al concludere che la colpa è della politica, che è tutto un magna magna e che devono andare tutti a casa. Una volta ci si consolava con la delega. Si votava, si sceglieva un nome, una faccia e se quel nome e quella faccia faceva o diceva qualcosa che non ci piaceva, lo si criticava, gli si chiedeva conto del suo operato. Non che servisse a qualcosa ma si aveva, se non altro, l’impressione di poter incidere in qualche modo nelle decisioni. Altri tempi.

Abbiamo lasciato fare per sfinimento dopo un ventennio prima di piombo e poi da bere tra gli anni settanta fino ai primi anni novanta quando è imploso il bel mondo fatto di tangenti, favori, finanziamenti illeciti, montagne di soldi pubblici che finivano nelle tasche ingorde di amministratori, finanzieri senza scrupoli, criminali e fornitori di catering per feste a bordo piscina.

Quel periodo lo ricordiamo tutti come “operazione mani pulite” e non è mai finito nel senso che certe operazioni hanno continuato a farle e le mani sono rimaste sporche ma bene infilate in tasca oppure coperte da guanti chirurgici per non lasciare impronte.

Che scandalo! Vergogna! Basta! E’ colpa di quello! E’ colpa di questo! E’ crollato un sistema di cui in piccolo o in grande hanno approfittato tutti e improvvisamente c’era la necessità di mondarsi, di purificarsi, di presentare una faccia nuova. E cosa facciamo quando dobbiamo mostrarci puri e lindi? Ovviamente scaricare le responsabilità su altri, meglio se più deboli. Si frantumano i partiti, dopo la caduta del muro di Berlino tutti a far gara per fuggire da qualunque cosa anche lontanamente simile ad un’ideologia. Nascono gruppi e movimenti autonomisti che vomitano anni di frustrante asservimento ai capi partito, prima sui meridionali, poi sugli immigrati, sugli omosessuali, sui residui sbucciacchiati di comunisti di periferia. Le parole d’ordine sono di stampo propagandistico becero ma efficacissimo: “Ce l’abbiamo duro”, “Roma ladrona”, “Secessione”, ma anche libertà, rivoluzione, autonomia. Finalmente qualcuno che parla come mangia e che dopo aver mangiato non ha paura di ruttare forte e chiaro perché tutti capiscano. E’ il popolo, il gruppo, l’appartenenza, la massa di cui da anni non si sentiva più parlare.

Ma non a tutti andava di vomitare e ruttare. Altri pensarono che la rivoluzione si doveva fare sì ma gentile, liberista, sorridente, amorevole e paterna. A che servono tutti sti partiti, gruppi, riunioni, assemblee, tessere, coordinamenti, federazioni? A niente, si pensò, solo a confonderci le idee. La soluzione stava lì lungo tutte le strade urbane ed extraurbane d’Italia. Manifesti giganti ovunque con un bel bimbo a braccia alzate e il misterioso e subliminale slogan “Fozza Italia!”. Non c’era riferimento ad alcun prodotto, nulla, solo quel bambino sorridente che urlava, storpiandolo, l’incitamento di stampo calcistico. Non è stato mai dimostrato che quella campagna fosse farina del sacco del futuro padrone d’Italia ma, come si dice, “a pensar male non si sbaglia mai”.

Sia come sia, pochi mesi dopo è nata Forza Italia ed è iniziato l’altro ventennio, quello che ci ha portati ad oggi. Quello durante il quale la politica è stata mandata in pensione definitivamente. Il finto “nuovo” fatto di fondotinta, trapianti di capelli, machismo spinto, chirurgia plastica, ha introdotto linguaggi e relazioni informali tra popolo e regnanti. Il padre padrone, severo ma amorevole, ci avrebbe pensato lui a sistemare le cose. Lui e le sue amicizie internazionali, lui e le sue aziende, lui e il suo essersi fatto da solo, lui e le barzellette, lui e i festini nel castello, lui e le minorenni, lui, la prostata e il cagnolino bianco.

E siamo tornati all’inizio di questo scritto: che cos’è la politica? O meglio, a cosa si è ridotta la politica oggi?

Non lo so. Non lo so dire. Non lo so spiegare. Sono stati venti anni inutili, un tempo infinito buttato nella discarica degli interessi personalissimi di uno e di quelli altrettanto personali di chi lo ha inseguito e di chi ha finto di osteggiarlo. Una battaglia senza avversari, paradossalmente una guerra senza conflitto, mai risolta perché irrisolvibile.

Svuotata, spompata, satolla e viziata, la “sinistra” che fa? In un guizzo di fantasia strategica imbarazzante, produce una brutta copia in piccolo del grande vecchio in decadenza e lo propone come l’ennesimo nuovo che avanza, il giovane 2.0 che ci stupirà con gli effetti speciali raccattati scopiazzando tendenze movimentistiche ggiovani (con due g). Uno per il quale il primo lemma del vocabolario è il verbo fare, uno simpatico, alla mano, uno del popolo che non rutta, non vomita, non è macho ma piace alle mamme, uno che inaugura case popolari e apre biblioteche, uno che è per la famiglia tradizionale, uno preparato ma non secchione, uno deciso ma non decisionista. Un po’ e un po’ insomma, uno che va bene a tutti.

Uno che i problemi dell’Italia, perché è questo che veramente gli interessa, li risolverà in modo semplice, senza tante sovrastrutture e menate da politici navigati d’altre epoche. Ma cosa sono tutte queste riunioni, assemblee, tessere, coordinamenti, direzioni? (mi ricorda qualcosa…)

Lui, il nuovo, il giovane, il simpatico ragazzo della porta accanto la soluzione ai nostri problemi ce l'ha già in mano, anzi, nel suo pc.

Un foglio excel e via il dolore.


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18 giugno 2013

GRILLI O FORMICHE?

Cerco di scrivere il meno possibile del Movimento 5 Stelle e dei grillomani. Sì, “grillomani” poiché “grillini” è considerato giustamente riduttivo e invece mi pare corretto prendere atto che molti militanti siano affetti da una evidente, e secondo loro incriticabile, infatuazione per il leader.

Dicevo che cerco di scriverne il meno possibile. Un po’ perché appena qualcuno accenna ad una anche solo velata critica, nei vari social gli si scatena addosso un pandemonio di insulti e minacce. Un po’ perché con molte delle istanze del M5S mi trovo d’accordo e mi piacerebbe appoggiarle e sostenerle, ma sono frenato dal timore di non poter cambiare idea una volta espresso il mio consenso.
Cambiare idea o proporne una diversa non significa necessariamente accoltellare alla schiena o tradire, significa semplicemente cambiare idea e questo mi pare che nel Movimento non sia concesso, o meglio, è concesso ma con un’unica e insindacabile risoluzione: a criticare te ne vai da un’altra parte!

Dicono che non c’è epurazione, non ci sono processi inquisitori, c’è solo la pretesa che tutti rispettino le regole stabilite. Benissimo, ma stabilite da chi, se permettete amici grillomani, non è proprio chiarissimo. In ogni caso ammettiamo pure, e penso sia giusto, che esistano delle regole condivise da tutti e che le regole vanno rispettate. Sacrosanto fino al momento in cui qualcuno, e può succedere in democrazia, ritiene che quelle regole o parte di esse, possono essere discusse.

Discusse, non stravolte o cancellate, semplicemente discusse. Magari per migliorarle.

Ecco, siccome le regole del M5S sono sostanzialmente stabilite da Grillo e da Casaleggio, sottoposte al giudizio della “Rete” (chi è la rete?) e poi finalmente applicate (d)ai militanti, è ovvio che quando a qualcuno salta il ghiribizzo di non essere d’accordo con qualcosa, la critica viene letta automaticamente come rivolta alla fonte della norma, agli Intoccabili, ai Giusti.

Apriti cielo!

Non esiste in natura una formica che può permettersi di mettere in dubbio la millenaria sequenza di comportamenti che scandiscono le giornate del formicaio. Le formiche poco produttive, malate o che, anche per errore, escono dai binari prestabiliti, vengono isolate e lasciate morire. Ma le formiche verosimilmente non pensano, non riflettono, non criticano. Le formiche agiscono e reagiscono per sopravvivere. Gli esseri umani no. Gli esseri umani hanno questo difetto di fabbricazione che si chiama pensiero. Non sempre sono bei pensieri ma bisogna accettare l’idea, per quanto balzana, che non siamo né automi né esseri perfetti. Di sicuro non siamo formiche.

 

“Noi siamo per gli dei come le formiche: ci schiacciano per loro divertimento” (W. Shakespeare - Re Lear)

 


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29 agosto 2012

... ed era divertente.

 Far ridere è difficile, si sa. Lo è molto più che far piangere. Non è un luogo comune dire che gli attori comici sono prima di tutto dei bravi attori e spesso, infatti, si sono rivelati molto convincenti quando hanno affrontato ruoli drammatici. Basti pensare alla straziante melanconia di Charlie Chaplin e Buster Keaton, all'intensità di cui erano capaci Jack Lemmon, Walter Matthau, Peter Sellers o i contemporanei Steve Martin e Bill Murray. Tra gli italiani esiste una schiera di miti del cinema, del teatro e della televisione che si sono cimentati indifferentemente e con uguale eccellenza sia in ruoli brillanti che drammatici. Basti pensare a Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Monica Vitti, Nino Manfredi, Sophia Loren, i fratelli De Filippo o i più recenti Diego Abatantuono, Paola Cortellesi, Angela Finocchiaro, Antonio Albanese, Sergio Rubini e molti altri.

Per far ridere occorre insomma essere in grado di entrare in profondità nei personaggi che si interpretano, saperne cogliere i dettagli apparentemente più insignificanti e le sfumature più nascoste, sublimandole nell'eccesso del grottesco, dell'ironico, del satirico o talvolta dell'allegorico.

Far ridere è spesso sinonimo di sberleffo, di invettiva e anche di ingiuria addolcita però da una strizzatina d'occhio, da una mossetta, un tormentone o dall'uso distorto della voce, tutti segnali che indicano indiscutibilmente il carattere farsesco o burlesco della rappresentazione. Sta poi alla sensibilità e all'intelligenza del pubblico cogliere, se c'è, il messaggio che la situazione parodiata vuole trasmettere.

Un comico deve conoscere alla perfezione i tempi della comicità. Sa bene come va costruita una battuta perché sortisca l'effetto giusto e ogni battuta prelude ad un seguito che il pubblico già si aspetta. Un po' come succede in musica: certe frasi musicali possono finire solo in un modo e non in un altro e seppure la melodia o il tempo possono essere diversi, la costruzione è sempre quella. Un insieme di nuclei melodici di senso compiuto con un inizio, una durata con le misure di prassi e una fine generalmente sancita da una cadenza che è quella e non è altro. La comicità, come la musica, è matematica, è grammatica, è regole e in quanto tale è quasi geneticamente assorbita dal cervello di chi ascolta che si abitua nel tempo a determinati ritmi, suoni, movimenti.

Ognuno di noi sa perfettamente cosa lo fa ridere e cosa no. Abbiamo ciascuno delle preferenze e, come per la musica, esistono decine e decine di diversi tipi di comicità. Satira, dark, nonsense, surreale, assurda, generalista e chi più ne ha più ne metta. Ciascuno è attratto da quella che più si avvicina alle proprie abitudini, ai propri strumenti culturali, al proprio piacere.

Beppe Grillo è un comico e tutto questo lo sa benissimo. E' un bravo comico e ad un certo punto della sua carriera ha scelto di sfruttate le proprie capacità per proporre al suo pubblico argomenti importanti come l'inquinamento, l'economia, lo sfruttamento delle risorse. Tra una statistica scioccante e una risata liberatoria, per anni ci ha raccontato di scandalose ed immorali manovre delle multinazionali, dei grandi capitali e dei politici corrotti. Era bello, intelligente, interessante, liberatorio, faceva bene il suo lavoro ed era divertente.

Grillo sapeva suonare uno strumento potentissimo e aveva la fortuna di poter amplificare i suoi suoni nei teatri e nelle piazze di ogni città. Ovunque teatri e piazze erano stracolmi di persone normali che coscientemente sceglievano di andare a farsi raccontare l'assurdo dello spreco e degli interessi che stanno dietro ad uno spazzolino da denti, ed era divertente.

Grillo poi ha scoperto il web e si è buttato a testa bassa nella rete sfruttandone le potenzialità come pochi altri. Dalle centinaia di persone di un pubblico teatrale è passato in poco tempo ai milioni di iscritti al suo blog, tutti impegnati ad esprimere liberamente le loro legittime preoccupazioni per il futuro del mondo tra uno slogan, una battuta e un vaffanculo, ed era divertente.

A me Grillo è sempre piaciuto, quando fa il comico anche impegnato, impegnatissimo ma comico, mi piace. Mi diverte sentirlo urlare, vederlo agitarsi e sudare sul palco. Sono stato spesso d'accordo con le sue conclusioni condite dal bellissimo accento che evoca il sapore genovese di Gilberto Govi e di certe ballate di De André. Non ho motivi per dubitare che creda veramente in quello che dice perché spesso dice, a mio parere, cose giuste.

Cose giuste. Non dubito della sua buona fede perché dice cose giuste.

Possibile però che Grillo non capisca che tutti quelli, come me, pensano dica cose giuste nel modo sbagliato, non riescono a credere fino in fondo a quella buona fede?

Grillo, il grande comunicatore, dice le cose nel modo sbagliato? Sì, secondo me sì. Linguisticamente confonde reale e virtuale (o virtuale e reale?). Per dirla in modo sintetico e comprensibile: parla a caratteri maiuscoli. A me dà un fastidio indicibile leggere tutto maiuscolo e c'è chi lo usa sempre. CIAO COME STAI? TI VOGLIO TANTO BENE! Scritto così non sembra di sentir urlare?

Ecco, Grillo parla con le maiuscole. Dice cose giuste ma nel modo sbagliato. Ha grosse potenzialità ma paradossalmente le sfrutta male. Perché?

Tornando alla musica, mi viene in mente una bella frase di Igor Stravinskij: “Dodici note in ogni ottava e la varietà del ritmo mi offrono delle opportunità che tutto il genio umano non esaurirà mai.”.

Grillo forse dovrebbe ascoltare Stravinskij ed imparare l'importanza delle pause che sul pentagramma sono sempre musica. Oppure dovrebbe ricordarsi di Chaplin e Keaton: muti, eppure ogni loro gesto e sguardo, scanditi ed esaltati dal suono di un pianoforte poeticamente stonato, sono impressi nelle nostre memorie per sempre.


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31 luglio 2012

VEDO LE STELLE...

  

Alle prossime elezioni politiche (quando e se mai si faranno) mi sa che i partiti più o meno tradizionali avranno un bel da fare cercando di distogliere l'attenzione dal Movimento 5 Stelle il quale, piaccia o no, raccoglie su di sé buona parte del dissenso nei confronti della politica.

Non ho mai pensato che il Movimento 5 Stelle rappresentasse l'antipolitica, ma per quanto mi riguarda riuscirò a definirlo meglio quando si smetterà di chiamarli “grillini” e si comincierà a chiamarli “stellini”. Ma a parte questo che è una cosa tutta mia e quindi me la sbroglierò da solo quando sarà il momento, ciò che mi è venuto in mente è che, come dicevo, i partiti faranno a gara per inventarsi liste e listine per seminare confusione nel seggio elettorale.

Cosa potrà uscire dalle diaboliche menti dei ghost writers, dei solerti portaborse e dei lacché vari che ronzano sul miele della politica italiana?

Secondo me quelli che seguono potrebbero essere alcuni nuovi gruppi che magicamente fioriranno sul campo della competizione elettorale.


M.C.A. - Movimento Cinque Astri

M.d.C.S. - Movimento delle Cinquanta Stelle

M.C.S. - Movimento Cime e Stelle

M.Q.S. - Movimento Quinta Stella

M.S.C. - Movimento Stella Cometa

M.G.P. - Movimento Grillo Parlante

M.S.C. - Movimento Stelle e Cotillon

M.S.S. - Movimento Stelle e Strisce

M.C.S. - Momento Cinque Stelle

M.C.S. - Movente Cinque Stelle

M.C.S. - Movimento Cinque Selle

M.S.d.V. - Movimento Stelle dei Valori


… a qualcuno viene in mente altro?





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4 luglio 2012

NEMICO PUBBLICO

Il nemico è il “pubblico”.

No, non quello che paga un biglietto per vedere uno spettacolo teatrale, un concerto o un film, ma il “pubblico” di tutti, la cosa pubblica e chi è pagato per farla funzionare. Non è un nemico nuovo. Da decenni si racconta che causa di tutti i mali del mondo sono gli impiegati pubblici ed è inutile e dannoso nascondersi che il posto fisso in qualche amministrazione dello Stato, ente locale o istituzione parastatale è stato ed è ancora merce di scambio politico.

Da dipendente pubblico non sono il primo e nemmeno l'unico che da sempre chiede di essere criticato, valutato e anche giudicato per quello che fa e non per quello che (negativamente) rappresenta nell'immaginario collettivo. Non voglio aprire discorsi comparativi su aree geografiche, tipologie di enti, mentalità, cultura del lavoro, perché il discorso si farebbe troppo complicato e di difficile svolgimento in poche righe e finirei per fomentare quella guerra tra poveri che continuamente si tenta di alimentare anche se è bene ricordare che, giusto per fare un esempio, la Regione Lombardia ha poco più di tremila dipendenti e la Regione Sicilia quasi quattordicimila (chiedersi il perché di questo e di altro potrebbe essere salutare).

Voglio però premettere e sottolineare che in oltre venticinque anni di lavoro non è mai capitato che io mi sia sentito, nel bene e nel male, valutato seriamente. Non ho mai visto alcun dipendente, dirigente o subalterno, che sia stato costretto ad accollarsi la responsabilità di un errore. Anzi, qualcuno l'ho visto, ma gli errori possono essere attribuiti ad personam a seconda delle necessità (leggi: se uno rompe lo si castiga).

Detto questo, ho la sgradevolissima sensazione che la mannaia che sta per abbattersi sull'impiego pubblico farà ulteriormente a pezzi un sistema che da anni (e nessuno vuole ricordarsene) è bersaglio di ogni nuova o riciclata compagine che si alterna a governare questo nostro disgraziato Paese.

La normativa che oltre dieci anni fa doveva rivoluzionare l'amministrazione pubblica, dopo Mani Pulite, l'avvento del berlusconismo e la voglia di liberismo, ha deresponsabilizzato i politici per trasferire molte incombenze ai cosiddetti tecnici (dirigenti) con l'onorevole intento di togliere potere ai politici ma con il risultato di caricare di così tante competenze (anche di carattere politico) i dirigenti che questi le mani pulite ce l'hanno per forza a furia di lavarsele in continuazione!

Contemporaneamente si sono bloccati i concorsi e a scapito della continuità professionale qualcuno si è inventato i CoCoCo, i CoCoPro, i contratti a progetto, i contratti a termine, consegnando nelle mani di lavoratori precari e spesso malpagati la gestione di entrate, concessioni edilizie, insegnamento, servizi sociali e sanitari, la sicurezza. La parola d'ordine ad un certo punto è stata “esternalizzazione”, cioè, appaltare all'esterno servizi che le amministrazioni non potevano o non volevano più gestire direttamente. Ma mica servizietti qualunque. Trasporti, mense, igiene ambientale, manutenzione degli edifici e del verde pubblico, biblioteche, musei, assistenza domiciliare, giusto per fare qualche esempio. Servizi che da un giorno all'altro sono passati nelle mani di cooperative, società private, associazioni per le quali l'obiettivo principale è ovviamente il profitto. Il risultato, invece, è sotto gli occhi di tutti: servizi sempre più scadenti, lavoratori sottopagati, cittadini sempre più costretti a riparare verso soluzioni alternative di tasca propria per garantire l'assistenza ad un anziano, un esame clinico, l'asilo, il trasporto scolastico eccetera, eccetera, eccetera.

Ogni nuovo governo, che poi era sempre lo stesso anche quando era un altro, altro non ha fatto che peggiorare la situazione. Dopo la sbornia di esternalizzazioni, che pure in qualche misura restavano sotto il controllo pubblico, il nuovo verbo è stato “privatizzazione”. Che bella parola. Sa di qualcosa di intimo, di proprio, di proprietà. Dà la sensazione che una cosa pubblica privata sia più nostra, di tutti, no? Il fascino discreto dell'ossimoro.

Abbiamo visto la fine che stanno facendo le grandi privatizzazioni delle ferrovie, dell'energia, delle poste, tra non molto nonostante i referendum, anche l'acqua e plin plin a tutti!

Allora sì, prendiamocela con il nemico pubblico, ma in fretta perché tra non molto di pubblico resterà poco o niente e quando dovremo pagare per avere un libro in biblioteca, quando ci chiederanno la dichiarazione dei redditi per farci operare l'appendicite, quando i nostri figli saranno accalcati in quaranta dentro una classe con l'insegnante precario part time, quando non sapremo con chi prendercela per una buca nel marciapiede, saremo finalmente costretti a trovare un nemico vero (forse).




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22 giugno 2012

BORGHESI DEL TERZO MILLENNIO

 

Ministre che piangono, ministri che si spiacciono, primi ministri che a malincuore ci chiedono di ingoiare bocconi amari e sacrifici, sacrifici, sacrifici.

Sono 50 anni che faccio sacrifici, cioè dai miei primi lumi di ragione e non perché io sia mai stato povero di povertà vera, quella che non solo ti toglie il pane ma anche la forza di mangiarlo. Povero come milioni di altri esseri umani che sopravvivono giorno dopo giorno facendo del loro meglio per garantirsi un'esistenza dignitosa, senza fronzoli, senza eccessi, senza superfluo.

Siamo la maggioranza, siamo il ceto medio. Un po' più dei proletari, un po' meno dei borghesi. Quelli che negli anni sessanta si compravano il frigorifero, il televisore e la cinquecento a rate, firmando pacchi di cambiali nella speranza di vincere la lotteria di capodanno. Quelli che, nonostante tutto, hanno superato l'implosione del boom economico e sono riusciti a costruirsi, mattone dopo mattone, abuso edilizio dopo abuso edilizio, mazzetta dopo mazzetta, una casa per tutta la famiglia, ché un tempo le famiglie erano numerose, minimo tre o quattro figli ai quali si doveva pur lasciare qualcosa di concreto in eredità.

Ora quel poco se lo stanno mangiando i tassi d'interessi sui mutui accesi per costruire altre case, mattone dopo mattone, abuso edilizio dopo abuso edilizio, mazzetta dopo mazzetta. Ma i figli non hanno fatto altri figli o ne hanno fatti pochi. Non abbastanza per riuscire a sostenere il peso di un debito che i sacrifici dei genitori non sono riusciti ad assorbire. I figli stanno prosciugando le riserve dei genitori, perdono il lavoro ma non rinunciano al megaschermo e all'abbonamento alle partite di calcio... panem et circenses. Non si compra più, ci si indebita.

Allora via, si vende la casa vecchia e se ne costruisce una nuova! Ma oggigiorno pochi hanno i soldi per comprare e la casa di famiglia, in graffiato verde marcio, con le controfinestre in alluminio anodizzato, la ringhiera di ferro smaltata di bianco sporco rimane lì, imponente ed impotente, a impregnarsi di umidità tra gli echi di una vita passata imprigionati nelle pareti imbiancate mille volte.

Piangono le ministre, sono partecipi e solidali i ministri e tutto il codazzo governativo. Governativo, non governante.
Governante è chi governa, dirige, conduce, guida, regola, controlla.
Le ministre piangenti e i ministri affranti sono burocrati, amministratori straordinari, guardaspalle delle banche e delle finanziarie sull'altare delle quali sacrificare le nostre misere vite. Noi inutili parassiti che come un disco rotto chiediamo lavoro, solidarietà, giustizia e non capiamo che al mondo mica possiamo essere tutti ricchi o anche solo benestanti. Dobbiamo capire che l'amore, l'amicizia, il benessere sociale, la felicità non esistono, sono invenzioni letterarie che ci distraggono dal produrre il massimo profitto con il minimo sforzo per pochi eletti che sì sono preoccupati per noi e piangono anche, ma mica possono essere preoccupati anche degli iscritti alla Fiom, dei giovani precari senza contratto, degli studenti senza scuola, degli immigrati senza diritti, delle donne violentate, di interi popoli che muoiono di malattie o di guerre petrolifere.

Accontentiamoci della nostra mediocrità e magari abbracciamo una fede, una qualsiasi, per adorare un dio talmente assente da sembrarci di vedere la sua misericordiosa autorità ovunque, anche nei seggi elettorali come andava di moda una volta ed è tornato in voga nei paesi della cosiddetta “primavera araba”.

Questo ci tocca a noi poveri del terzo millennio.
Niente più e niente meno di quanto è toccato ai nostri padri e ai nostri nonni: la cinquecento a rate, un dio, la sua provvidenza e un gratta e vinci.




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28 aprile 2012

CONSUMATA SOCIETA'

 

Le nostre vite sono regolate dal consumo. Consumo naturale di energia per recuperare la quale mangiamo, beviamo, dormiamo. Per stimolare il cervello e mantenerlo attivo ed efficiente, perpetriamo abitudini e coltiviamo passioni leggendo, ascoltando musica o suonandola, cantando, parlando, scrivendo, guardando un film o semplicemente la televisione, dipingendo, viaggiando e molto altro.

Ma qual è il limite che non bisogna oltrepassare perché il soddisfacimento di un bisogno basilare si trasformi in eccesso o in superfluo? Può una disponibilità economica anche parziale giustificare il superamento fine a se stesso di questo limite?

Ci viene insegnato a consumare (spesso addirittura inculcato) fin dalla più tenera età. Chi non si è mai sentito intimare di finire quello che c’era nel piatto, pur non avendo più appetito? Oltretutto con l’aggiunta del richiamo ricattatorio e paradossale ai bambini affamati in Africa. Ma come, devo strafogarmi di cibo di cui il mio corpo non sente il bisogno, mentre altri bambini muoiono di fame?

Il senso di colpa si insinua nella testa e inconsciamente per tutta la vita ci ingozziamo per non sentire il rimorso di sprecare il nostro benessere, magari ringraziando il nostro dio.

Ad alimentare ulteriormente le nostre dipendenze ci pensa la pubblicità. Strana invenzione la pubblicità. In origine era stata concepita come semplice comunicazione: io produco un oggetto e ti informo della sua disponibilità, delle sue qualità, del suo costo e se tu ritieni ti possa servire, lo acquisti. Col tempo questo semplice schema è diventato: io produco un oggetto e ti convinco che non puoi farne a meno e tu lo acquisti senza sapere veramente perché.

In questo periodo di crisi che stiamo vivendo senza che nessuno sappia esattamente che cosa stia accadendo, ci stanno convincendo che per uscirne l’unico modo sia quello di “stimolare la crescita”, che detto così potrebbe anche venire da pensare male. Infatti non è sbagliato pensare male poiché crescita in questo caso è solo l’ennesimo appellativo per definire il consumo che deve superare i limiti di cui sopra. Però “crescita” è anche una bella parola, ci fa pensare alla possibilità di passare ad un livello superiore rispetto a quello in cui malamente sguazziamo. In realtà si tratta chiaramente di un tranello linguistico. E’ come chiamare “operatore ecologico” il dignitosissimo “netturbino” che peraltro significa “colui che pulisce (netta) l’urbe (la città)” che a me sembra una definizione molto più corretta e anche più poeticamente popolare. Operatore ecologico ripulisce la percezione che abbiamo del servizio di raccolta dei rifiuti, sporcato non solo di immondizie ma anche da infiltrazioni criminali.

Allora la parolina magica è crescere e cioè consumare per salvare la nostra avanzata e sempre più competitiva società! E’ obbligatorio essere belli, felici, soddisfatti e sottomessi alle regole del mercato. Dobbiamo indignarci di quelli che non pagano le tasse ma, per effetto di una singolare alchimia, aumentano solo quelle di chi le paga. Ci vogliono convincere ad acquistare automobili “italiane” che ormai sono quasi totalmente prodotte sfruttando gli operai nei paesi dell’est europeo e con contratti di lavoro capestro negli Stati Uniti. Dobbiamo spendere e indebitarci perché solo stimolando il consumo si potranno preservare lavoro e benessere. Sarebbe a dire che se spendo più di quanto mi posso permettere starò meglio.

E’ tutto sbagliato.

Quello di cui veramente abbiamo bisogno è di decrescere, consumare meno per costringere la produzione ad assecondare i nostri bisogni e non solo i nostri desideri astratti e i loro conti in banca. L’unica crescita accettabile deve essere quella degli investimenti sulla ricerca scientifica e sulla cultura per inquinare di meno l’ambiente in cui viviamo e le nostre menti.

Non è utopia. Utopia è quando ci vogliono convincere di non poter fare a meno dell’inutile.

Pensiamoci, concentriamoci sulle schifezze con cui riempiamo i nostri carrelli della spesa, spegniamo la televisione e avventuriamoci più spesso nella lettura o nell’ascolto.

Non aspettiamo che lo faccia qualcun altro.




permalink | inviato da rumoridigente il 28/4/2012 alle 10:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



14 aprile 2012

BUON VOTO

 

Sono contento di non dover votare a maggio.
In questo tecnologico tempo di tecnici, la politica sta raggiungendo livelli che più bassi sono raramente stati nella storia della Repubblica.
A chi dare il voto?
All’ABC informe maggioranza non maggioranza? Al PDL decapitato dai festini? Al PD che non si decide dove stare e che in questi giorni ha perso un’altra occasione per dire qualcosa di sinistra dichiarando che i rimborsi elettorali sono necessari alla vita dei partiti? A Casini (come si chiama il suo partito?) che, forte di un risicato 6% di consensi che gli assegnano i sondaggi televisivi, è convinto di stare al governo?
All’IDV che una ne fa e cento le dimentica?
A Sinistra Ecologia e Libertà (c’hanno ficcato di tutto nel nome fuorché “comunista”) che c’è, non c’è, ci fa, non ci fa?
Ai radicali... esistono ancora i radicali?
Ai verdi... esistono ancora i verdi?
Alla Lega?... ops scusate, quelli sono impegnati più cercare avvocati che voti.
E’ la solita storia: chi proprio non ce la farà a non votare, voterà “il meno peggio”. Più o meno la metà non voteranno. I rimanenti daranno sfogo alla propria fantasia per lasciare un ricordo significativo di sé sulla scheda elettorale.




permalink | inviato da rumoridigente il 14/4/2012 alle 13:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



16 novembre 2011

INTRERCETTAZIONI FINALI

  

Il Re Nudo, il dimissionario, ha ritenuto necessario, prima di traslocare da Palazzo Chigi, di gravare ulteriormente sulle nostre tasche con una serie di telefonate internazionali e intercontinentali a quelli che ritiene siano stati nel mondo i suoi colleghi capi di Stato, cancellieri e primi ministri.

Perché? E chi lo sa, forse per poterlo raccontare ai nipotini o perché, nonostante negli ultimi tempi tutti abbiano fatto mosse acrobatiche per evitarlo, è ancora convinto di essere simpatico e stimato. Mah, è un bel problema, ma sono affari suoi che dovrà discutere, se vorrà, con il suo analista.

Secondo le agenzie di stampa mister B. avrebbe telefonato a Barack Obama, Angela Merkel, a Sarkozy, Cameron, Erdogan, all'israeliano Netanyahu, all'amicone Putin e al suo valletto Medvedev e, udite udite, nientepopodimeno che all'ex presidente USA George W. Bush.

Eh... un bel parterre, non c'è che dire. Nei migliori dei casi, con ognuno di questi ci ha sempre rappresentati come delle macchiette da commedia all'italiana. Battutine, corna, riferimenti a parti anatomiche, al colore della pelle, sorrisi tirati e caciaroneria varia.

Ora però la faccenda è seria. La situazione è drammatica e nonostante si ostini a credere e a dire che lui e il suo governo non c'entrano nulla e che la colpa di tutto è dei mercati viziosi (ah beh, senti da che campana) e naturalmente dei giornali e dei giudici comunisti, è stato costretto, per amor di Patria (e certo...) a fare controvoglia quel “passo indietro”. Come un novello Garibaldi (mi si perdoni l'accostamento ardito) con un virtuale “Obbedisco!” è convinto di essersi messo sull'attenti di fronte al Paese immolando se stesso alla causa della crescita, o meglio, della ricrescita includendo la chioma corvina che ha appiccicato sulla testa.

Orbene, cosa può aver detto a quegli autorevoli personaggi che egli ritiene più o meno suoi pari?

Naturalmente a noi comuni mortali non è dato conoscere il contenuto di tali colloqui, ma un uccellino (no, non il suo!) mi ha recapitato alcuni brevissimi stralci delle storiche frasi pronunciate dal dimissionante e dunque vado a proporvele.


(con Obama): Pronto Barack? Sono Silvio. Come “Silvio chi?” tututututututututu

(con la Merkel): Halo Angela, ik bin ain berliner ja? Ma no, non sono Kennedy! Sono Silvio!! Ahahahah... Pronto?... Pronto?... Halo?... tututututututututu....

(con Sarkozy): Prontò Sarkò? Sei tu? Come no? Ah, è la domestica... ma che bella voce profonda che ha mademoiselle. Mi consenta, ma non è che per caso è in casa la signora Carlà? Eh?... Sarkò ma sei te? No, ma io non intendevo... sono stato frainteso... Come? A me? Ma come ti permetti, comunista giacobino tagliateste di un colonialista... tutututututututututu...

(con Cameron): Hellò Dàunin Strìt? Ai hev fàund de nòmber wid gògol... tututututututututu

(con Erdogan): Carissimo Erdogan, sono Silvio. La linea è disturbata... Come? Non puoi cosa? Ma dove sei?... Ah, al supermecato... Al supermercato?? Pronto? Pronto? Erdogan!! tututututututututu

(con Netanyhau): Ehilà Neta! Come stai?... Ah capisco, sei occupato. D'altronde con tutti quei territori occupati! Pronto? tututututututututu

(con Putin): Vladimir vecchio gasato, pronto, sei tu? Ci sei? Ah sì ecco, niente volevo dirti che da domani non potrò più venire in visita ufficiale... Come? Hai i tuoi casini anche tu? Questo lo sapevo già, in quanto a casini, chi ci batte a noi due? Vabbè, ciao, ci sentiamo... tutututututututututu

(con Medvedev): Pronto? Sì sono il premier  onorevole cavalier Silvio Berlusconi. Sì grazie il governo è coeso, siamo una grande maggioranza e tutto va bene. Salutami la signora e a presto. tututututututututu

(con Bush): Pronto? Sì ciao sono io... Ah anche tu sei tu? Ahahahahah... Senti volevo chiederti una cosa: sai la faccenda delle mie dimissioni no? Ecco, non è che potresti chiamare chi sai tu e far fare un salto allo spread per un paio di settimane, così tutti vanno nel panico e io mi prendo il tempo per inventarmene qualcuna per salvarmi il culo? Ok, fatta! Ciao ciao e salutami corode se infitaia la vetta... (eh?) prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!!! ahahahahah... tutututututututututu.




15 novembre 2011

SEMI...

 

A cosa servono i semini di sesamo sopra i panini da hamburger? Fateci caso, non hanno sapore e si infilano tra i denti, null’altro. Non è pane integrale, biologico, fatto con ingredienti controllati, no, è panaccio industriale probabilmente pieno di strutto e additivi che lo rendono e mantengono morbido per secoli. Più che panini, sono contenitori di quintali di grassi animali, proteine e un simulacro di insalata affogata in salse a base di coloranti, dolcificanti, addensanti e acido antiossidante. Il sesamo è lì solo per illuderci che quel fagotto colorato è naturale, o qualcosa di simile.

Lo stesso vale per i cartoncino che mantengono rigidi i colletti delle camicie che una volta tolti di mezzo, si afflosciano e il capo appena acquistato si trasforma in un mocio per lavare i pavimenti.

Quella meraviglia di borsa che in vetrina pareva reggersi da sola, svuotata della carta che la riempie, diventa una roba tutta piegata su stessa che inghiotte qualunque oggetto nel suo cul de sac senza fondo.

Specchietti per le allodole e le allodole ovviamente siamo noi che continuiamo a cascarci. Compriamo migliaia di cose inutili solo perché appaiono appetibili, belle, impacchettate dentro scatole luccicanti, con etichette colorate. Cosa importa se l’involucro fa lievitare il costo del 30 e più per cento? Che ci frega se l’assurdo imballaggio poi va a riempire discariche per la gestione delle quali paghiamo un prezzo sempre più elevato anche, e soprattutto, in salute?

Siamo prigionieri di un edonismo di riflesso: rifiutiamo la nostra immagine e la proiettiamo nel consumo di oggetti che ci dicono essere belli e ai quali non si può rinunciare se si vuole continuare a far parte della nostra avanzata società civilizzata. Dopotutto siamo una potenza economica. Partecipiamo di buon diritto ai G8, G12, G20 e G chi più ne ha, più ne metta. Se crolliamo noi, dicono che ci portiamo appresso tutta l’Europa, forse tutto il mondo!

Possiamo essere così irresponsabili da volere questo? Davvero vogliamo lavarci le mani e tirarci fuori da un sistema che ci permette di indebitarci liberamente e consapevolmente?

No, non possiamo.

E allora avanti con gli hamburger e abbonda di sesamo oste! La camicia mocio l’ho messa nella borsa che così sembra bella piena. Un paio di birre e me ne torno a casa contento con la station wagon nuova... no non è mia... è della banca.




permalink | inviato da rumoridigente il 15/11/2011 alle 18:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


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