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  rumoridigente [ voci di strada, rumori di gente... ]
         

 
blog iniziato il 31 gennaio 2007
(contatore ShinyStat dal 22/2/07)


Marino Marini

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Sono uno qualunque
che ascolta i rumori
e a volte sente le voci.
Non ho obiettivi
particolarmente importanti e
non pensarci rende più gradevole
la sorpresa di averli raggiunti.
Benvenute/i
in questo non luogo...

(give peace a chance)

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CHE RUMORI? QUALI VOCI?

Diario
:
è la rubrica di base del blog...
pensieri più o meno liberi
e non classificati.

Storie:
racconti e ricordi di storie
mie o di altri illustri sconosciuti.

Il Bancone:
cronache dal
ventre di una Biblioteca.

Musicanti:
note di note e
di noti e meno noti.

Emigrazione:
tracce di emigranti.

Giochi o società:
appunti di attualità
o di attuale quotidianità.

Amenità:
per sorridere.

RACCONTO:
scriviamo insieme
LA storia.

DISEGNINI:
scarabocchi di un
talento sprecato.

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CONSIGLI PER LA LETTURA:



 

per info più dettagliate visitate il sito:

http://www.viadelcampo.com/

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HO ASCOLTATO DI RECENTE :

UN PO' DI TUTTO E UN PO' DI NIENTE...

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(SONO ANCHE SU MYSPACE 
)

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Se volete citare i miei post, fatelo pure ma per correttezza e per rispetto al seppure minimo sforzo creativo che c’ho messo, vi chiedo di riportare o il nome dell'autore (che sarei io) o l'indirizzo e il link del blog.



 

 


 


2 marzo 2009

BENEMERITO FALLIMENTO

 

Mi chiamo Salvatore e mi trasferii qui al nord che ero poco più di un bambino con i miei genitori, i miei fratelli Vincenzo, Carmine e Federico e con le mie sorelle Maria Assunta e Maria Filomena. Mio padre giù esercitava il mestiere di bracciante e con molte difficoltà riusciva a garantire alla famiglia un sostentamento appena dignitoso. Quando giunse la voce che una grande fabbrica meccanica del nord cercava manodopera anche non specializzata, mio padre senza esitazione decise di fare i bagagli e partire. Prima lui solo, successivamente, una volta sistemato e trovato un alloggio che ci potesse ospitare tutti, anche noi altri. I primi tempi furono difficili, un po’ per i sacrifici che comunque dovemmo continuare a sopportare, un po’ per la lingua, un po’ per il clima che ci era avverso. Poi Vincenzo e Carmine, i più grandi, trovarono impiego in un’officina e le cose migliorarono per tutti. Tanto che io e Federico, nonché le mie sorelle potemmo terminare gli studi prendendo la licenza di scuola media e così avere maggiori opportunità nella vita.

Dopo il servizio militare che prestai nell’arma dei Carabinieri, firmai per una ulteriore ferma di tre anni conclusa la quale mi arruolai definitivamente nella Benemerita.

L’anno scorso sono andato in congedo dopo trent’anni di servizio e ora faccio volontariato presso un ricovero per anziani della mia città. Dò una mano con i lavori di giardinaggio, mi rendo utile e riempio le mie giornate.

Ho due figli, entrambi maschi. Carmelo di anni ventitre, si sta laureando in scienze della comunicazione. Un ragazzo posato e molto legato alla famiglia, con pochi interessi e pochi grilli per la testa. Sebastiano di anni venticinque che si è fermato al diploma. E’ ragioniere ma non lavora, cioè, lavora ogni tanto, come si dice? E’ precario, gli fanno quei contratti che scadono dopo un periodo di prova. Non è contento perché dice che non ha futuro e che la colpa di tutto è di quegli extracomunitari che lavorano in nero e sottopagati. Dice che bisogna mandarli a casa, loro e le loro moschee. Dice che puzzano, che non parlano l’italiano e che non credono in Dio. Dice che sono ignoranti e che stuprano le nostre donne.

Dice che per fare la sua parte ora si è iscritto ad un gruppo che organizza delle ronde per mantenere l’ordine in città.

Gli dissi che per questo ci sono i Carabinieri e la Polizia, che paghiamo tutti con le nostre tasse. Gli dissi che anche la mia pensione di Maresciallo in congedo è pagata dalle nostre tasse. E poi non penso che siano così pericolosi quei disperati, in fondo sono un po’ come eravamo noi quarant’anni fa. Eravamo senza speranza anche noi e avremmo fatto di tutto pur di dar da mangiare ai nostri figli e molti, per disperazione, sono finiti nei guai per questo.

Mi guardò in un modo strano Sebastiano. Non con odio, no, ma con commiserazione e forse un po’ di disprezzo. Mi chiese se mi rendevo conto di cosa stessi dicendo. Un Maresciallo dell’Arma che difende i delinquenti! Credo che si vergogni di me.

Sono solo un Carabiniere, figlio di bracciante, padre di un fallimento.

[link ansa]




permalink | inviato da rumoridigente il 2/3/2009 alle 11:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



14 febbraio 2007

Pezzi di memoria


Spinea... non è difficile.
Sei lettere equilibrate tra loro...tre consonanti tre vocali. Un suono che rende bene l'etimologia del nome: spineto, spina.

Fino a qualche tempo fa il giardinetto davanti al Municipio era incorniciato da una siepe di rovi con spine lunghe anche più di 15 centimetri. A scuola ci facevano raccogliere quelle secche, levigate dall'attrito con il terreno e imbiancate dal sole sembravano di avorio e agli occhi di un bambino si trasformavano in denti di tigre, talismani da custodire gelosamente o preziosa merce di scambio.

Spinea... c'ho messo qualche settimana per memorizzarlo.

Stavano esaurendosi i favolosi anni ‘60, il primo luglio di un'estate italiana che sapeva di angurie e di pasta con il ragù. Venticinque ore prima eravamo partiti dalla stazione centrale di Copenaghen.

La partenza era stata preceduta da giorni e giorni di preparativi frenetici: per la prima volta ci apprestavamo a vivere una vacanza vera e oltretutto in quella Italia che conoscevo solo sulla carta geografica o attraverso i dischi di Beniamino Gigli e Domenico Modugno che ci mandava ogni Natale una zia, sorella di mio padre. Questo pensavo, che avremmo trascorso un periodo di vacanza. Avrei finalmente visto le montagne, avrei assaggiato spaghetti "veri", avrei conosciuto i miei cugini e tutti i parenti che non fossero genitori o fratelli, avrei incontrato altri bambini che parlavano l'italiano. L'italiano, sì insomma, quella specie di italiano che parlano gli emigranti veneti, friulani, trentini in Brasile, in Argentina, in Scandinavia, Belgio, Nord America, ovunque.

E' un dialetto universalmente conosciuto come "talian".

Spinea. Realizzai che non si trattava di una vacanza quando entrammo nell'appartamento di un condominio di tre piani pieno di scatoloni e di mobili imballati. Luglio, caldo, marmo dappertutto (addirittura nel bagno!), il rumore che proveniva costante dalla strada, il cortile in piastrelle di cemento, la ringhiera oltre la quale sfrecciavano le macchine. Le macchine! Non ne avevo mai viste tante tutte insieme in fila al semaforo sotto il sole.

Sole di luglio.

Le scuole sarebbero iniziate da lì a poco e io e mio fratello trascorremmo perciò tutta quell'estate a cercare di imparare almeno a leggere in italiano. Mio padre ci faceva lezione tutte le sere, arrivò a farci fare persino i cruciverba per inculcarci i sinonimi, per memorizzare più parole possibili. E bene o male ce la facemmo. Ad ottobre avemmo il nostro primo impatto con la vita sociale italiana. Il trauma della divisa scolastica (giacchetta di cotone nero, cravatta azzurra con l’elastico!), l'imbarazzo del sentirsi diversi in casa, l'ottusità di una maestra che pretese di farmi ripetere la classe poiché non avevo "sufficiente padronanza con la lingua"... ma come? mi chiedevo... ho fatto cruciverba tutta l'estate!!! Ma non ci fu verso... mio fratello più piccolo venne "recuperato", io dovetti ripetere la quarta elementare. Se poi ci si mette che in Danimarca avevamo iniziato la scuola elementare a sette anni, in un colpo solo avevo perso due anni.

Non fu facile... non lo è mai stato facile. In terza media avevo quindici anni, ero alto già oltre il metro e settanta e nonostante una pagella di voti più che buoni, non mi sono stati mai fatti mancare sguardi e apprezzamenti di compassione tipo “poverino, chissà perché l’avranno bocciato...”.

In Danimarca, nonostante i nostri capelli biondi, gli occhi azzurri e la pronuncia perfetta (ho imparato prima il danese dell'italiano) i più teneri ci chiamavano "spaghetti", i più creativi "mafiosi". Tornato in patria i compagni di scuola italiani più fantasiosi e spiritosi ci inquadrarono come "crucchi", "stanghe", "sorelle Kessler". Ma ero più alto e più massiccio di chiunque di loro e presto cominciarono a chiamarmi Marino.

Che razza di nome mi ritrovo! Certo qui è abbastanza comune: Marino, ma chi ha anche solo una vaga idea dei suoni gutturali che i danesi producono parlando, capirà che il mio nome lassù corrisponde ad un piccolo scioglilingua! Allora mi chiamavano con il mio nomignolo di famiglia, Nini, facile, scorrevole, poco impegnativo. Alcuni amici, quelli più intimi, potevano chiamarmi "atten" che in danese significa "diciotto". Mi spiego: ni in danese è 9, quindi ni+ni fa 18! Cose da bambini. ma si sa, ‘ste cose poi ti rimangono dentro.

Per due anni interi io e mio fratello abbiamo continuato a parlarci in danese, poi piano piano l'italiano ha preso il sopravvento, prima per gioco, poi per necessità.

Mio padre trovò lavoro in fabbrica a Marghera. Operaio specializzato, tornitore meccanico... di quelli con le mani forti e con le pieghe perennemente annerite dall'olio delle macchine. Se le lavava in continuazione col sapone di Marsiglia o quello in polvere, ma niente da fare... rimaneva sempre quello sporco... il più pulito che io abbia mai conosciuto.

Era il 1969 e ci fu un autunno caldo, molto caldo. Mio padre comunista, ex partigiano combattente e irriducibile idealista stava lì a far picchetti e a picchiarsi con i poliziotti, l'autunno finì e mio padre fu licenziato. Era finita la vacanza... ma questa è un'altra storia...




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6 febbraio 2007

Dolori



Mia madre e mio padre... che dire?

Hanno rischiato di finire trucidati nei campi di concentramento perché antinazisti, al confino perché antifascisti, perseguitati perché comunisti, nelle foibe perché italiani... cosa aggiungere?

Dopo una vita prima da profughi apolidi poi da emigranti, ora sopravvivono ad una vecchiaia di acciacchi e di ricordi dolorosi che tornano devastanti e crudeli ad ogni bombardamento, ad ogni strage, ad ogni ingiustizia vomitata dal tubo del televisore sulle loro vite stanche e disilluse.





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6 febbraio 2007

DNA d'emigranti


(immagine tratta dal sito http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/stella/home.htm)

Ho un’età che mi consente di raccontare episodi della mia vita come fossero storie di altri, tanto è il tempo trascorso, e il racconto centrale, quello più significativo e che nel bene e nel male mi ha maggiormente formato, è quello che riguarda il mio essere stato (ma finirò mai di esserlo?) emigrante figlio di emigranti.

Alla fine degli anni ottanta lavoravo a Vicenza, città opulenta, storicamente bianca, conservatrice e bigotta che in quel periodo si avviava trionfalmente ad ospitare i primi, ancora “timidi”, movimenti leghisti veneti. Contemporaneamente dava ospitalità anche ad un nuovo fenomeno, anzi due: uno, quello dell’arricchimento di una generazione che, abbandonate le campagne negli anni del boom per lavorare nelle “fabbrichette”, non riusciva più a tornare alle origini e spingeva i propri figli a cercarsi il posto fisso, la scrivania di un comune o il magazzino di un ipermercato; l’altro, quello dei “nuovi italiani” che arrivavano a migliaia soprattutto dall’Africa a coprire i vuoti lasciati nelle campagne e, in particolare nella provincia di Vicenza, nelle concerie. In parole semplici, che non occorrerebbe ricordare perché lo sappiamo tutti, gli immigrati si sono adattati a fare quei lavori che noi non ci abbassavamo più a fare perché erano e sono sporchi, faticosi, che puzzano e spesso sono umilianti. E più facce nere si vedevano per strada e più si rafforzavano le decine di leghe a riempire i muri con manifesti pieni dei loro noti e tristi slogans razzisti.
 A proposito di slogans, ricordo un aneddoto divertente: una delle frasi più diffuse era il classico “Fora i teroni dal Veneto” (dove per estensione con “teroni” si intendeva chiunque non fosse veneto). Ebbene, su un grande muro della stazione, proprio all’ingresso dei treni, campeggiava a caratteri cubitali, un meravigliosamente ironico e provocatorio “Fora i veneti dal Veneto”.

Non vorrei sbagliare, ma mi pare che attualmente nella sola provincia di Vicenza vivano (regolarizzati, con famiglie, lavoro ed alcuni ormai cittadini italiani) almeno 80.000 immigrati... sono tanti, lavorano sodo e contribuiscono in modo sostanzioso all’economia e alla sopravvivenza di decine di quelle “fabbrichette” in cui giovani veneti non vogliono mettere più piede.

 

E’ curioso e inquietante come la storia sia recidiva nel non imparare da se stessa.  Progredisce la tecnica, la scienza medica, la comunicazione ma non progredisce la nostra innata capacità di volerci male a vicenda, di rifiutare la diversità.

 

Eppure noi italiani dovremmo sapere bene cosa significa spogliarsi di ogni dignità, lasciare la propria terra, i propri cari, le abitudini, le tradizioni, anche il proprio credo, e partire alla ricerca di una vita migliore. Migliore di poco perché del “niente” sono meglio anche una pagnotta al giorno e turni da 15 ore in miniera, sulle banchine a scaricare casse, nei cantieri e tirar su mattoni e calce, nei campi a girare zolle o a raccogliere patate con la testa bassa, senza protestare, senza reagire alle offese, all’umiliazione di farsi chiamare assassini, ladri, “dago” (da dagger/coltello), maccheroni, “spaghettifresser” (sbrana-spaghetti) e altri nomignoli più o meno insultanti. 

Tutto è meglio della fame o della mancanza di speranza.

 

 Tra la fine dell’800 fino agli anni ’70 sono partiti verso le mete più disparate milioni (non migliaia... milioni!) di italiani.  Molti sono tornati, alcuni per cercare di ricominciare con i pochi risparmi sudati, la maggior parte sono rimasti nelle metropoli e nelle campagne americane, canadesi, australiane inventandosi carriere da saltimbanchi, tosatori di pecore, spaccapietre, chiromanti, vivendo alla giornata o consumandosi di inedia e di nostalgia.

E in Europa non andava meglio.

In Svizzera, Francia, Belgio, Germania, fiumi di disperati per anni hanno vissuto nelle baracche senza riscaldamento, senza la possibilità di portarsi appresso la famiglia, sfruttati fino all’osso, apertamente e diffusamente rifiutati dalla società che da loro chiedeva solo di produrre senza lamentarsi, senza pretendere di integrarsi. 

Nei primi anni sessanta a Ginevra esisteva un quartiere (il “Praille”) di baracche fatte di legno marcio, lamiere riciclate, senza servizi igienici né riscaldamento dove vivevano centinaia di emigranti italiani in condizioni disumane. Emigranti dimenticati da tutti, lontani anni luce dal “boom” economico, dai Beatles che facevano impazzire le ragazzine, dalla Juventus di Omar Sivori, da quel civilizzato mondo occidentale di cui facevano parte senza rendersene conto.

Non vi ricorda nulla tutto questo?  Non li riconoscete i nostri nonni e i nostri padri in quelle facce scure che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste, attraversano le montagne, entrano nelle nostre vite pulendoci i vetri ai semafori, badando ai nostri vecchi, lavando i piatti nei ristoranti, pulendo i cessi delle stazioni, raccogliendo i pomodori, spaccandosi la schiena nei cantieri, nelle acciaierie, nelle fabbriche?

Paradossalmente gli emigranti del dopoguerra hanno contribuito a creare quella ricchezza che negli anni è cresciuta anche a scapito del terzo mondo africano ed asiatico dove abbiamo scaricato i nostri rifiuti tossici, da cui abbiamo tratto le energie per far funzionare le nostre attività, dove siamo andati a trascorrere esotiche vacanze ed emozionanti safari fotografici. Ed ora che il “terzo mondo” bussa alle nostre porte per chiederci aiuto, per condividere un po’ del nostro benessere, ora ne abbiamo paura, li scacciamo, li bolliamo come ladri, prostitute, assassini (mi ricorda qualcosa...) che ci vogliono rubare il pane, che minacciamo la nostra civiltà, le nostre tradizioni, la nostra religione!

 

Già, la religione, da che mondo è mondo è stata sempre motivo e causa di scontri, conflitti, rivendicazioni... un’ancora a cui aggrapparsi per cercare di identificarsi, di non essere soli, un’ipocrisia diffusa e condivisa, utile.

Cattolici contro protestanti, ortodossi contro eterodossi, mussulmani contro cristiani, cristiani contro ebrei, ebrei contro mussulmani, induisti contro buddisti e se ve ne vengono in mente altri aggiungeteli all’elenco o chiudete gli occhi per non vedere.

Il nuovo Papa è un teologo rigido nella convinzione di conservare il “primato” occidentale della Chiesa Cattolica Romana ed è stato messo lì per rimettere al loro posto molte pedine della scacchiera che Woytila aveva creativamente spostato contribuendo ad aprire discorsi e principi scomodi o perlomeno dialetticamente “moderni”.

Lungi da me l’idea che il Vaticano sia artefice di un complotto per mantenere alta la tensione e nella confusione rafforzare la propria posizione di influenza!!!!!  Ma non credo sia contestabile che alla Chiesa cattolica non sia mai andato del tutto giù l’aver dovuto rinunciare all’autorità temporale per limitarsi a quella spirituale.  Io credo che la nuova “dirigenza” vaticana stia tentando di tornare ad essere soggetto determinante nelle scelte politiche e sociali e in quest’ottica si comprendono i sempre più frequenti richiami all’elettorato credente su argomenti come l’aborto, la ricerca scientifica, e si capisce anche come ad un Papa (non ad un parroco di campagna) “scappi” di dire che Maometto predicava la violenza a differenza del nostro Cristo pacifista (nel nome del quale sono state uccise generazioni intere di popoli miscredenti come gli indiani d’america, gli infedeli in terra santa, fino alla guerra in nome di Dio di mister Bush).  Una distrazione che non mi sarei aspettata da un’autorità così importante i cui discorsi sono scritti, analizzati, riscritti e rianalizzati fino all’ultima virgola!

E’ giusto che il Papa parli, come qualunque altro capo di stato o personalità che abbia influenza, è giusto che denunci le ingiustizie, ma è giusto in senso universale, trasversale e ampio, non in una sola direzione. E’ giusto fare autocritica (come peraltro aveva parzialmente fatto Woytila) e partendo da se stessi, cristianamente, cercare il dialogo con chi la pensa ed agisce in modo diverso.  Quando la frittata è fatta è facile dire che quegli “estremisti islamici” hanno poi strumentalizzato a proprio favore l’incidente per incendiare chiese, uccidere, bruciare bandiere e fantocci.

E’ sbagliato quello che fanno, ma quanto è facile dalle nostre comode case giudicare l’ignoranza, la disperazione, la paura, dimenticando che buona parte dell’umanità non ha la fortuna di nascere intelligente, felice e coraggiosa.




permalink | inviato da il 6/2/2007 alle 10:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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