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  rumoridigente [ voci di strada, rumori di gente... ]
         

 
blog iniziato il 31 gennaio 2007
(contatore ShinyStat dal 22/2/07)


Marino Marini

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Sono uno qualunque
che ascolta i rumori
e a volte sente le voci.
Non ho obiettivi
particolarmente importanti e
non pensarci rende più gradevole
la sorpresa di averli raggiunti.
Benvenute/i
in questo non luogo...

(give peace a chance)

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CHE RUMORI? QUALI VOCI?

Diario
:
è la rubrica di base del blog...
pensieri più o meno liberi
e non classificati.

Storie:
racconti e ricordi di storie
mie o di altri illustri sconosciuti.

Il Bancone:
cronache dal
ventre di una Biblioteca.

Musicanti:
note di note e
di noti e meno noti.

Emigrazione:
tracce di emigranti.

Giochi o società:
appunti di attualità
o di attuale quotidianità.

Amenità:
per sorridere.

RACCONTO:
scriviamo insieme
LA storia.

DISEGNINI:
scarabocchi di un
talento sprecato.

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CONSIGLI PER LA LETTURA:



 

per info più dettagliate visitate il sito:

http://www.viadelcampo.com/

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HO ASCOLTATO DI RECENTE :

UN PO' DI TUTTO E UN PO' DI NIENTE...

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(SONO ANCHE SU MYSPACE 
)

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Se volete citare i miei post, fatelo pure ma per correttezza e per rispetto al seppure minimo sforzo creativo che c’ho messo, vi chiedo di riportare o il nome dell'autore (che sarei io) o l'indirizzo e il link del blog.



 

 


 


1 luglio 2010

SPOT

Fab-Ensemble

 Il Fab-Ensemble torna finalmente in scena e peraltro in un bellissimo scenario com'è quello della Toscana.
Amiata canta De Andrè Logo

Lunedì 26 luglio 2010 alle ore 21,00 ad Abbadia San Salvatore (Siena), concerto tributo a Fabrizio De Andrè nell'ambito de L'Amiata Canta De Andrè - I° Festival della musica e della poesia di Fabrizio De Andrè, organizzato dalle associazioni Arcadia e Osa.
Programma completo 
qui  .

logo La Scuola Genovese

Saremo poi a Jesolo, in piazza Milano il 5 agosto (sempre alle 21,00) per la rassegna "La Scuola Genovese".

Questo il programma completo delle tre serate in calendario:

- 04/08 Gianni Latrofa - pianoforte, voce - tributo a U. Bindi e B.Lauzi in chiave Jazz
- 05/08 Fabensemble - Marino Marini voce, chitarra classica, Marino Brasi chitarra elettrica, Luciano Marini basso/contrabasso, Michele Torso batteria - tributo esclusivo a F. De Andrè
- 06/08 Andrea Sigona e Fabio Bui - voce, chitarra, tastiere - mix di musica, racconti, curiostià su G.Paoli e L.Tenco.

Diffondete il verbo!!




18 febbraio 2010

18 febbraio 1940 - 18 febbraio 2010

 

Sono cresciuto con gli americani e gli inglesi, quelli con i capelli a ciuffo, lunghi o a caschetto, le chitarre folk e quelle elettriche che graffiavano l’aria. A dieci anni conoscevo le canzoni dei Beatles a memoria pur non conoscendo il significato dei testi. C’è sempre stato un sottofondo musicale in casa. Che fossero Bob Dylan, Donovan, i Beatles, i Cream, musiche mariachi o popolare slovena, cori russi o Beniamino Gigli, non faceva differenza, l’importante è che non s’interrompesse la colonna sonora che accompagnava i nostri gesti quotidiani dalla colazione fino all’ora di andare a dormire.

Della musica italiana sapevo poco. Conoscevo Modugno che mi avevano raccontato vinse il Festival di Sanremo nel ’58, l’anno della mia nascita e Gigliola Cinguetti che nel 1963 oltre a Sanremo, vinse anche l’Eurofestival con “Non ho l’età” che quell’anno si tenne proprio a Copenaghen in Danimarca dove ci trovavamo emigranti. A mia madre piacevano Renato Rascel e tutti i melodici alla Nilla Pizzi. Mia zia dall’Italia a Natale ci mandava dischi a 45, 33 e 78 giri di Beniamino Gigli, Tito Schipa, Robertino. Un calderone più nostalgico che ragionato, più per soddisfare un bisogno che una scelta.

L’impatto musicale con l’Italia è stato, come per tutto il resto, angosciante ed eccitante insieme.

I primi anni ’70 nell’Italia della musica leggera, periodo di transizione e di stravolgimenti culturali, erano Massimo Ranieri, Lucio Battisti, Claudio Baglioni, Mia Martini, Mino Reitano, l’Equipe 84, Gianni Nazzaro, Patty Pravo, Gianni Morandi, Albano & Romina, uno spaesato Claudio Villa, Caterina Caselli e le signore della canzone italiana Mina, Milva, Vanoni, Zanicchi, lo sdolcinato Mario Tessuto, la riccia Marcella Bella, i Ricchi e i Poveri, gli Homo Sapiens e poi Drupi, i Delirium, Rosanna Fratello, Marisa Sannia e mille altri più o meno urlatori, più o meno popolari.

Facevo improbabili comparazioni tra Dylan e Battisti (per via dei capelli), tra Ranieri e Tom Jones, Milva e Edith Piaff, la Formula Tre e i Monkeys. Claudio Villa era un cantante lirico o pop? Little Tony era un rocker o un imitatore?

“Where have all the flowers gone?” si chiedeva Joan Baez e Massimo Ranieri rispondeva con “Rose rosse per te…”.

Ero troppo adulto musicalmente per apprezzare le rime baciate amore, cuore, dolore delle canzonette e ancora troppo acerbo per capire le sfumature metaforiche dei testi di Mogol.

Così continuavo ad ascoltare quello che meglio conoscevo. Il 45 giri dei Creedence Clearwater Revival l’ho consumato nel mangiadischi, così come le bobine di registrazioni dalla radio dei Beatles, Elvis, Gilbert O’Sullivan, Bob Dylan, Joan Baez, Joe Cocker. Sugli stessi nastri c’erano anche le tracce delle prime timide prove di mio fratello Sergio che già da anni suonava e cantava, prima con il ciuffo impomatato e ribelle e poi con la fascetta hippy coerente con l’ondata folk e di contestazione di quei tempi. Scriveva cose sue, traduceva Dylan in danese accompagnandosi con la chitarra. Testi che non erano solo parole per accompagnare la melodia, ma che raccontavano storie.

Alle elementari in Danimarca avevo imparato a suonare il flauto dolce. Un giorno Sergio venne a trovarci portandomi un oggetto inaspettato e che in un primo momento mi inquietò. Mi diede in prestito (non era suo e dopo qualche tempo lo avrebbe dovuto restituire al legittimo proprietario) un flauto traverso. Non ricordo la marca ma era americano, con la testata e la boccola (il buco in cui si soffia) d’argento e il resto del corpo e il trombino in alpacca argentata. Bellissimo, seppure tenuto un po’ male, ossidato in più parti e con le membrane delle chiavi un po’ consunte, tenerlo in mano era come reggere uno scettro, qualcosa di prezioso, delicato e potente allo stesso tempo. Mi spaventò perché mi parve irraggiungibile, pensai che non ce l’avrei mai fatta a far uscire un suono da quell’intrico di tasti, molle, viti e strani meccanismi. Mio fratello senza tanti complimenti mi fece vedere come si doveva soffiare nella boccola (più o meno come si soffia in un collo di bottiglia per farla suonare), mi disse che le posizioni delle note erano all’incirca come quelle del flauto dolce e mi consigliò di procurarmi un metodo per imparare le basi che poi, era sicuro, ce l’avrei fatta benissimo da solo.

I vicini di casa di quel periodo hanno tutti un posto assicurato in paradiso per premiarli della pazienza che hanno avuto nei mesi e negli anni successivi. Ogni attimo libero lo dedicavo a soffiare e ad imparare nuove combinazioni di chiavi per scoprire un giorno un diesis e l’altro una nota nella seconda ottava. Soprattutto le prime volte non sapevo respirare e mandavo fuori troppa aria, più di quanta ne occorresse e mi girava la testa fino a sentirmi svenire. E’ la regola principale degli autodidatti: sbagliando s’impara, ovviamente sempre con il rischio di imparare sbagliato!

Dopo qualche tempo qualcosa è cominciato ad uscire da quel magico tubo di metallo e mentre l’amico di mio fratello continuava ad aspettare la restituzione dello strumento, facevo del mio meglio per studiare tutto quello che mi capitava di sentire e che pensavo essere capace di riprodurre. Jingle della pubblicità, canzoni di ogni tipo e poi la prima sfida: Jethro Tull, Jan Anderson, il Bourée. La rivisitazione della suite di Bach era il classico brano obbligato nel repertorio di ogni flautista dilettante o professionista che fosse e non potevo esimermi dal buttarmi nell’impresa di impararlo. Credo che mia madre si sia seriamente preoccupata della mia sanità mentale vedendomi incollato ore e ore al mangianastri a riascoltare all’infinito lo stesso brano e suonarci sopra emettendo suoni gutturali, sputacchiando e sudando come un posseduto. Alla fine ce l’ho fatta, magari non proprio identica, ma qualcosa che assomigliava al Bourée e che in ogni caso faceva un gran bell’effetto sulle ragazze.

Avevo capito quanto faticoso fosse suonare, quanto tempo e quanti sacrifici ci volessero anche per ottenere un risultato appena mediocre ma che ad ogni nota mi riempiva il cuore e lo stomaco diventava piccolo per la tensione e la concentrazione che ci mettevo. Con l’esperienza diretta ero diventato sensibile. Ora sapevo riconoscere le difficoltà, i passaggi critici, da allora in poi non avrei più ascoltato con superficialità nemmeno la più banale delle canzonette. La musica è musica, può piacere o non piacere ma in fondo non esiste cattiva musica, se eseguita onestamente e senza presunzione.

Ero più consapevole e quindi cominciai a selezionare, a scegliere ciò che mi piaceva e ciò che non mi piaceva. I miei ormoni adolescenziali chiedevano rumore, gran batterie e chitarre elettriche ma che fossero accompagnate da qualcosa in più, qualcosa di concreto, che facesse pensare, cercavo parole che emozionassero, anche poche ma messe in fila in modo poetico ed evocativo. Cercai allora le suggestioni del mio imprinting e la ricerca mi portò a scoprire gli stessi suoni ma con parole italiane e, strano ma vero, ci si incastravano pure bene. I Nomadi cantavano i testi di un certo Francesco Guccini. Un giovane Edoardo Bennato napoletano riccioluto scatenava il finimondo con la sola chitarra e l’armonica a bocca. Giorgio Gaberscik in arte Gaber già ironizzava “com’è bella la città, com’è grande la città…”. Enzo Jannacci stupiva con le sue ballate dissonanti. Lucio Dalla gorgheggiava dipingendo quadri di note. Gino Paoli trasformava la tristezza in melodia. Sergio Endrigo incantava con un distacco disarmante. E come loro una nuova generazione di musicisti che si scrivevano testi e musiche, un fenomeno nuovo per l’Italia del melodramma in abito lungo e cravattino di seta. Autori che non si limitavano a suonare cantandoci sopra poesiole dozzinali, ma che invece raccontavano delle storie, drammi e satire, provocazioni e invocazioni. Li chiamavano cantautori.

Nel frattempo avevo abbandonato per cause di forza maggiore il flauto (l’amico l’aveva reclamato minacciando ritorsioni) ed ero passato, come molti, alla chitarra ma senza grande entusiasmo. Il bello del flauto è che, se lo si suona decentemente, l’effetto è sempre assicurato e non c’è bisogno di aggiungere altro. Con la chitarra invece, o si è virtuosi o tocca cantarci sopra cercando di ridurre al minimo i danni derivanti dai limiti tecnici. Non sono mai stato una cima con la chitarra, la suonicchio facendo ciò che è necessario senza avventurarmi in nulla più di un mero accompagnamento. Con la voce me la sono sempre cavata e quindi alle corde ho cominciato ad aggiungere il canto. Il problema è che tra quello che circolava all’epoca ben poco era al di sotto di un timbro tenorile e io da sempre sono un basso. Ho fatto sforzi sovrumani per cantare Battisti, De Gregori, Venditti, Dalla non ne parliamo così come per Bennato. Anche Guccini ha delle punte verso l’alto che riesco a raggiungere solo rischiando di strozzarmi e Gaber era troppo complicato per proporlo decentemente ai festini.

Un’estate mio fratello (sempre lui, Sergio) venne da noi e durante la vacanza comprò degli LP in un negozio di dischi usati. Arrivò con una decina di titoli. Ricordo che c’era Cat Stevens e altri, almeno per la mia giovane esperienza, assolutamente sconosciuti. Sergio eccitatissimo ne scartò uno con in copertina una foto incorniciata in un cerchio giallastro e ci disse che dovevamo assolutamente ascoltarlo. Aveva dato un’occhiata ai testi stampati nella parte interna e disse che quello doveva essere uno strano. Il disco era del 1968 e non raccontava, come voleva una certa tradizione cantautorale, di rivoluzioni, di piazze, di giovani studenti o di operai oppressi. Quel tipo, ritratto in penombra di profilo dentro un baloon giallo e fumoso, parlava di morte. Il titolo stesso dell’album non era certo qualcosa che preludesse a qualcosa di buono “Tutti morimmo a stento” faceva venir voglia di toccarsi.

I presupposti non erano buoni: copertina triste e un po’ snob, titolo porta sfiga e testi strani, ermetici, di quelli che per capirli a metà devi leggerli tre volte.

La puntina scese a graffiare il vinile diffondendo un preludio di pulviscolo frusciante. Pochi secondi, poi archi, trombe soffocate dalla nebbia e un arpeggio leggero che crea l’attesa sospendendo il tempo per qualche istante. E infine arrivarono le parole, le stesse stampate sul cartone plasticato della copertina interna, ma arrivarono avvolte in una coperta calda e accogliente, una voce capace di rapire chi l’ascolta, una voce che costringe ad ascoltare, che costringe a pensare e invoglia a risentire.

Fabrizio De Andrè quel giorno è entrato nella mia vita e non ne è più uscito. Certo ho avuto molti e molte amanti, mi sono innamorato e disamorato di altri suoni e di altre poesie ma sono sempre tornato a cercare la sua coperta calda e, puntualmente l’ho sempre ritrovata.

Buon compleanno Faber




11 gennaio 2010

11.01.1999 / 11.01.2010

Fabrizio De Andrè

(...) Amico che sei dove il sole è un po' spento
consumi la vita vivendo,
amico mio fragile come una rima
respiro il tuo canto nel vento.
La gente non vede, la gente non sente
la musica grigia del mare.
I fiori che lasciano un segno nel cuore
dovranno prima o poi appassire.
E ora guardo il profilo invecchiato sul muro
i segni dell'amore che hai dato,
insegnami ancora a cercare un futuro
nei versi di un sogno sfocato. (...)




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10 settembre 2009

FAB-ENSEMBLE IN CONCERTO

 fab ensemble

Finalmente, dopo otto anni di concerti in giro per l'Italia e anche all'estero, suoneremo a Spinea, città che in qualche modo è origine e causa della nascita del Fab Ensemble.
Qui infatti tra gli anni 80 e 90 ha operato il Coro polifonico Euterpe diretto dal Maestro Enzo Corò, di cui facevano parte tutti i componenti della band. Sempre a Spinea nel 1997 è nato il trio acustico blues Atrio originariamente composto dal sottoscritto, da Marino Brasi e Simone "Cimo" Nogarin, quest'ultimo poi sostituito da mio fratello Luciano. E dall'Atrio è poi scaturito il progetto Fab Ensemble e il tributo a Fabrizio De Andrè.
Sono rimasto l'unico a vivere qui, ma sono stati residenti per molti anni Luciano (basso e cotrabbasso elettrico), Mimmo Zucaro (il flautista) e Michele Torso (il batterista), mentre Marino Brasi (chitarra elettrica) pur essendo veneziano doc, ha da sempre frequentato la città.
In qualche modo, insomma, il Fab Ensemble è di Spinea e con piacere torniamo a calcare il palco del Bersaglieri dopo le tante rassegne corali che ci hanno visti protagonisti insieme a molti amici appassionati molti anni fa.
L'appuntamento è per domenica 13 settembre 2009 alle ore 21,30 al Cinema Teatro Bersaglieri - ingresso gratuito. Ci si vede
!




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8 settembre 2009

NOTE AL VENTO

 

Marino Marini e Pier Michelatti

Fa freddo ai piedi delle montagne. Che buffa immagine: le montagne con i piedi freddi! Un freddo che assale improvviso dopo una giornata di sole settembrino insolitamente intenso che fa spogliare attraversando l’aria sottile. Si spogliano tutti, i tecnici che sudano mentre spostano casse, congegni e cavi, i musicisti che accordano i loro strumenti e ripassano la scaletta, i curiosi che si fermano a seguire il sound check. Canottiere, magliette smanicate, torsi nudi, berretti col frontino, ventagli e cappelli di Panama a far ombra. Arriva l’acqua, si beve per rinfrescare le gole arse.

La Terra però continua a muoversi e lentamente il sole scende nell’abbraccio dell’orizzonte che lo accoglierà per la notte. L’ombra, che non è negazione ma figlia della luce, avvolge piano piano tutto e tutti portando in dono il sollievo di un brivido.

La Natura affascina per la sua lentezza e a volte stupisce per la rapidità. In pochi minuti il calore si trasforma in frescura e la temperatura precipita in caduta libera. Dieci, quindici gradi in meno nel breve tempo di una cena.

“Non verrà nessuno con questa tramontana...”.

Sulle sedie in platea e sugli spalti poche anime intirizzite con gli occhi a chiedere quando incomincia il concerto. Il percorso dal riparo del tendone ristorante al palco, mi dà il primo colpo: si irrigidiscono i muscoli e mi chiedo perché non ho previsto di portarmi una giacca. Saliamo sul palco e l’altezza della struttura lo espone ad una corrente gelida che proviene da sinistra e spazza le tavole per tutta la larghezza. Mi concentro sul leggio e sul quadernone con gli spartiti. Penso che per fortuna ho portato le mollette per evitare che girino le pagine, ma se ho pensato alle mollette e quindi al vento, perché non mi sono portato un maglioncino?

Non si può sempre pensare a tutto soprattutto quando ci si trova sul palco a cantare insieme a professionisti navigati e previdenti, chi con la giacchetta, chi col giubbotto, chi col maglione, ché loro mica sono distratti dall’ingenuità di un pivellino come il sottoscritto.

Mentre dita gelate sistemano le eleganti mollette da bucato nere sui bordi del quaderno ad anelli, l’occhio cerca di attraversare le luci dei fari e come d’incanto la piazza si è riempita. Le sedie tutte occupate, gli spalti pieni e un cordone di corpi anche ai lati fino a ridosso del palco. Mi chiedo quanto meno freddo possa fare laggiù e non mi so rispondere. Mi chiedo chi glielo fa fare a quelli di starsene a tremare per due ore solo per sentire un concerto, quando potrebbero starsene a casetta oppure in uno dei tanti ristoranti della città in festa a bere un corposo Gattinara per annaffiare lo spezzatino di cervo con polenta. Me lo chiedo e non mi so rispondere.

Parte la base di “Ottocento”. Pier canta l’introduzione con tutta la passione di cui è capace. Il brano si conclude su un’improvvisazione free di tutti gli strumenti che si spegne sulle prime note di “Fiume Sand Creek”, urla di indiani, spari in dissolvenza e la chitarra che introduce il canto.

L’immenso freezer che ci sta davanti applaude, grida la propria approvazione, si dimentica delle folate che congelano la pelle ma che non riescono ad arrivare al cuore che, caldo ed emozionato, continua a battere il tempo di quelle musiche.

Quasi non controllo più la mascella, nelle pause i denti ballano il tip tap, i muscoli sono talmente irrigiditi che mi prende un crampo dolorosissimo al retrocoscia della gamba sinistra costringendomi a strani movimenti sul trespolo. La tensione degli addominali mi impedisce un uso corretto del diaframma e sforzo quindi altre parti della apparato respiratorio con conseguenti raschiamenti della trachea e il rischio di stonature e sgradevoli falsetti. La concentrazione ne risente e in un paio di punti perdo gli attacchi.

Ma alla fine ci arriviamo e Pier, generoso, mi presenta con enfasi e gratitudine che solo parzialmente sento di meritare.

Scendo dal palco e un amico mi passa una giacca a vento. Dopo qualche istante sento che il sangue ricomincia a circolare con regolarità e solo in quel momento mi rendo conto che è finita. Mi si avvicinano delle persone, mi stringono la mano, mi fanno i complimenti, sorridono felici con le gote arrossate dall’aria fredda. L’abbraccio caldo dell’amore.

Guardo il palco ormai spento “... a quel campo strappato dal vento a forza di essere vento...”.




3 settembre 2009

ASSENTE GIUSTIFICATO

 

Non è cattiva o poca volontà, è che veramente ho la testa da un’altra parte in questo periodo. Una parte bella, gratificante, che spero darà ossigeno alla mia autostima, ma anche coinvolgente e faticosa.

Cosa succede? Succede che da un mese e mezzo circa mi sto preparando per un concerto. Esagerato direte. Beh forse, ma le cose mi piace farle bene che se poi vanno male la responsabilità non la posso scaricare su nessuno. Un po’ contorto? Sì probabilmente sì, ma io mi sono capito.

Il concerto sarà dopodomani, sabato 5 settembre, a Gattinara che per chi non lo sapesse è in provincia di Vercelli zona di vitigni di qualità dove ogni anno si tiene una, mi dicono, popolarissima Festa dell’Uva. Oltre al vino nei giorni della festa gira anche altro: teatro, animazioni, esposizioni e anche musica. Una parte della musica quest’anno sarà quella del Faber per Sempre, gruppo capitanato da Pier Michelatti, bassista storico di Fabrizio De Andrè. Pier mi ha chiesto di sostituire il loro cantante in questa occasione e mi sono quindi dovuto impegnare a ripassare tutti i brani che non sono compresi nel repertorio del mio gruppo. Ogni formazione adotta arrangiamenti diversi, magari piccoli dettagli, ma comunque diversi e ai dettagli bisogna abituare l’orecchio.

Eccomi dunque che quasi ogni giorno da qualche tempo ascolto e ripeto le loro basi sperando di arrivare mentalmente sano al concerto!

Sono abbastanza soddisfatto, ma preferisco lasciare agli altri il giudizio dopo che mi sarò esibito.

Parto domattina. Pomeriggio di prove live con il gruppo e sabato sul palco.

Che Faber me la mandi buona!




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6 marzo 2009

OGGI

locandina faber e le donne




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2 marzo 2009

RECENSIONE

fabensemble

Marco Pandin ha molte qualità e tra queste senza dubbio il fatto che ci vuole bene. Ma conoscendolo, non è questo il motivo per cui ha dedicato al FabEnsemble e al nostro CD "StoriE di un impiegato" la bella recensione che si può leggere qui.

Son soddisfazioni, sia per le belle parole, sia per l'affetto.




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19 febbraio 2009

CHIEDO SCUSA SE PARLO DI MARIA

 

di Giorgio Gaber

(dall’album Far Finta Di Essere Sani – 1973)

Chiedo scusa se parlo di Maria
non del senso di un discorso, quello che mi viene
non vorrei si trattasse di una cosa mia
e nemmeno di un amore, non conviene.

Quando dico "parlare di Maria"
voglio dire di una cosa che conosco bene
certamente non è un tema appassionante
in un mondo così pieno di tensione
certamente siam vicini alla pazzia

ma è più giusto che io parli di
Maria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà.

Non è facile parlare di Maria
ci son troppe cose che sembrano più importanti
mi interesso di politica e sociologia
per trovare gli strumenti e andare avanti
mi interesso di qualsiasi ideologia

ma mi è difficile parlare di
M
aria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà.

Se sapessi parlare di Maria
se sapessi davvero capire la sua esistenza
avrei capito esattamente la realtà
la paura, la tensione, la violenza
a
vrei capito il capitale, la borghesia

ma la mia rabbia è che non so parlare di
Maria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà.
Maria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà
Maria la realtà
Maria la realtà.




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31 gennaio 2009

CIAO BIG MUFF

John Martyn

I DON'T WANT TO KNOW 'BOUT EVIL, I ONLY WANT TO KNOW 'BOUT LOVE...




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