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  rumoridigente [ voci di strada, rumori di gente... ]
         

 
blog iniziato il 31 gennaio 2007
(contatore ShinyStat dal 22/2/07)


Marino Marini

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Sono uno qualunque
che ascolta i rumori
e a volte sente le voci.
Non ho obiettivi
particolarmente importanti e
non pensarci rende più gradevole
la sorpresa di averli raggiunti.
Benvenute/i
in questo non luogo...

(give peace a chance)

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CHE RUMORI? QUALI VOCI?

Diario
:
è la rubrica di base del blog...
pensieri più o meno liberi
e non classificati.

Storie:
racconti e ricordi di storie
mie o di altri illustri sconosciuti.

Il Bancone:
cronache dal
ventre di una Biblioteca.

Musicanti:
note di note e
di noti e meno noti.

Emigrazione:
tracce di emigranti.

Giochi o società:
appunti di attualità
o di attuale quotidianità.

Amenità:
per sorridere.

RACCONTO:
scriviamo insieme
LA storia.

DISEGNINI:
scarabocchi di un
talento sprecato.

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CONSIGLI PER LA LETTURA:



 

per info più dettagliate visitate il sito:

http://www.viadelcampo.com/

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HO ASCOLTATO DI RECENTE :

UN PO' DI TUTTO E UN PO' DI NIENTE...

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(SONO ANCHE SU MYSPACE 
)

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Se volete citare i miei post, fatelo pure ma per correttezza e per rispetto al seppure minimo sforzo creativo che c’ho messo, vi chiedo di riportare o il nome dell'autore (che sarei io) o l'indirizzo e il link del blog.



 

 


 


24 febbraio 2011

Ne morem...

 

“Ne morem...”. Significa “non posso” in sloveno. Glielo sento ripetere da un anno ogni volta che tenta di articolare una frase di senso compiuto. Che strano: riesce a mettere in fila pochissimi vocaboli, due o tre non di più, ma se si tratta di esprimere il dolore o la rabbia le parole le escono inaspettate e sorprendono per la fluidità e la chiarezza. Sarà forse che il cervello archivia determinate espressioni a pacchetti pronti per l’uso quando si è sopraffatti dal caos, sarà che la disperazione a volte è talmente profonda da dimenticarsi anche della malattia. Vorrebbe dire tante cose, raccontare il suo disagio per scaricarsi l’anima, ma un cancello pesantissimo le impedisce di afferrare le lettere dell’alfabeto per organizzarle. Le vede, sono lì appena oltre quella grata e le braccia si scorticano tentando di prenderle, ma niente da fare, non si fanno acchiappare. Sfrecciano sbattendo sulle pareti del cervello, sfuggendo a se stesse, impazzite in quel vorticare senza senso.

La guardo negli occhi e in quel azzurro come un cielo di primavera vedo le ombre di una tempesta muta. Lo sguardo tenta di raccontare le parole che non arrivano, supplica di essere capito. Penso di sapere cosa pensa ma non posso chiederle di confermare lo sconforto che leggo nelle sue lacrime trattenute dall’orgoglio. Allora faccio domande inutili che spero possano distrarre la sua attenzione. “Hai fame?”... no... “Vuoi dell’acqua?”... no... “Devi andare al bagno?”... no... “Ti sposto sulla poltrona?”... no... Riesco a distoglierla dai suoi pensieri solo per poche frazioni di secondo. Alla prima esitazione, alla minima pausa, torna la voglia crudelmente frustrata di dire quello che veramente vorrebbe. E’ uno sforzo fisico titanico, si piega su se stessa, stringe i pugni, trattiene il respiro, poi nulla, fa una pausa fissando il vuoto e a denti stretti bisbiglia “Ne morem...”.

Cerca la mia mano, la sfiora con le dita e la guarda. Più che una carezza è una ricognizione. Con il dito indice esplora le nocche una ad una, con l’aiuto del pollice tasta la consistenza dell’orlo della camicia. Ripete gli stessi gesti più volte e segue i propri movimenti con lo sguardo. Sembra ipnotizzata e poi improvvisamente torna la voce. “Dov’è... “. Le chiedo cosa. “Dov’è la testa?”. Quale testa? “Per parlare...” dice. Per parlare chi? “Per parlare con te...”. Cerchi la testa di chi? “La tua! Dov’è?”. Sono qui. Le metto un dito sotto il mento e la accompagno ad alzare lo sguardo. “Ah ecco, adesso sì.”. E sorride.

“Ne morem...”. Non posso ma devo.




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26 gennaio 2010

Signor Frisèr.

 

Si muove col baricentro perennemente spostato in avanti a piccoli passi con le braccia piegate e le mani all’altezza dello sterno come se stesse sempre lì lì per cadere. Ispeziona oltre gli occhiali il tragitto che dalla camera da letto porta al soggiorno con lo sguardo liquido ma ugualmente attento dei vecchi.

Non si è ancora abituata alla nuova casa e a volte sbaglia porta, si ferma e si chiede ad alta voce “Dove sono finita adesso?”. “Quello è il bagno” la informa la voce stanca che da tempo la accudisce con affettuosa apprensione. “Ah sì, è il bagno, e dove stavo andando?” chiede più a se stessa che per ricevere una risposta. Si sforza, chiude i piccoli occhi azzurri per concentrarsi meglio e poi finalmente si sblocca e continua a trotterellare fino alla poltrona che l’abbraccia morbida e rassicurante.

E’ contenta di vedermi e ogni volta sembra che non ci si sia visti da mesi anche se è stato solo poche ore prima. Mi chiede se fa freddo, se ho fame, se sono stanco, le cose che chiedono le mamme a tutti i figli. Io rispondo che sì fa freddo, che ho fame e che sono stanco perché è quello che si vuole sentire rispondere. Mi prende le mani fra le sue e me le friziona “Povero bambin...” e si sente utile. Secondo uno schema consolidato a questo punto le appoggio il dorso di una mano sul collo e lei lancia un grido per il freddo e ride.

Poi mangiamo. Il vecio c’ha preso gusto e ogni giorno prepara condimenti diversi che abbina di volta in volta agli spaghetti, agli gnocchi, ai tortelloni. I complimenti al cuoco si sprecano e lui sorride sotto i baffi candidi, ma guai a non lasciare il piatto pulito che potrebbe aversene a male.

Tra una forchettata e l’altra scorre il TG e naturalmente si commentano le notizie. “Il nano bagonghi ne fatta un’altra!” ... “E questi sarebbero all’opposizione?” e via di vino rosso per sciacquarsi l’amaro dalla bocca.

La vecia mangia lentamente perché non sempre la forchetta riesce a mettersi d’accordo con la bocca su un preciso punto di incontro e allora qualche volta lo gnocco impatta fuori bersaglio con le conseguenze del caso. “Mamma, hai sugo fino alle orecchie!” la avviso divertito. “Macché sugo, ho sbavato con il rossetto” mi sorprende cercando un tovagliolo tra i quattro o cinque fazzoletti di carta che tiene in ogni tasca e infilati nelle maniche.

“Hai dormito stanotte?” le chiedo e lei “Sì, sì tutta la notte fino alle... quando il vecio mi ha misurato la pressione, che ora era?”. “Le nove.” precisa il cuoco. “Le nove, sì buono ‘sto sugo.”. La guardo cercare il boccone e mi godo l’espressione soddisfatta che le si dipinge in faccia ad ogni viaggio riuscito.

“Si vede che hai dormito bene, hai tutti i capelli appiccicati” la provoco. “Eh, sono sporchi ma mi fa male la spalla e non c’arrivo alla testa...”. “Dai che dopo mangiato te li lavo, ma niente messa in piega che non sono capace!” la avviso.

“Ahi ahi, è calda!” urla con tono volutamente drammatico “Attento che perdo anche quegli ultimi peli che ho in testa!”. Potessi avere io i capelli suoi quando avrò la sua età.

Si rilassa mentre la massaggio con lo shampoo e mi dice sottovoce che potrebbe anche addormentarsi con la testa del lavandino. “Se sento che russi ti sveglio” la rassicuro.

“La signora è servita, serve altro?”. Si ispeziona allo specchio e con fare civettuolo dice “No grazie signor frisèr, va bene così, quanto le devo?”.

Anche questa volta mi faccio bastare un bacetto.




permalink | inviato da rumoridigente il 26/1/2010 alle 12:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



2 dicembre 2009

FINCHE' C'E' ARIA.

 

Da piccolo ho avuto i miei piccoli e grandi problemi, tanti e quali quelli di tutti i bambini che hanno avuto la parziale fortuna di nascere in occidente. Tralascio il dettaglio dei primi anni trascorsi tra un campo profughi e l’altro e l’aver vissuto all’estero (Danimarca) non da turista ma da emigrante a tutti gli effetti. Per il resto i miei genitori hanno fatto nei limiti del possibile del loro meglio per dare a me e ai miei fratelli tutti gli strumenti necessari a crescere con armonia ed equilibrio.

Una costante, poco gradita compagna di viaggio fino all’adolescenza inoltrata, è stata l’asma allergica. All’epoca, e intendo poco meno di quarant’anni fa, non si sapeva molto di allergie e ad ogni approssimarsi della bella stagione puntualmente i miei bronchi si prendevano un periodo di pausa e smettevano di funzionare. Tossivo come un fumatore accanito, mi saliva la febbre a superare i quaranta, ero soggetto a fotofobia con emicranie dolorosissime, ma soprattutto non respiravo. Cioè respiravo ma con la spiacevole impressione di star affogando. Non c’era verso: più tentavo di inspirare e più mi sembrava che i polmoni si facessero piccoli.

E’ difficile da descrivere a chi non l’ha mai sperimentato, è qualcosa di molto simile a ciò che si prova se si tenta di respirare con la testa in un sacchetto di plastica. Si percepisce che l’aria c’è, la si sente sulla pelle e sulle labbra e tutti gli altri respirano normalmente ma si ferma tutto in gola e sembra non voler andare oltre.

Un bambino non capisce perché questo succede, sente solo di star soffocando e non riesce a fare altro che piangere e i singhiozzi peggiorano la situazione. Vorrebbe che qualcuno lo aiutasse, che finisse quel tormento. Si chiede cosa possa aver combinato per meritarsi una tale punizione e arriva persino a sentirsi in colpa e a supplicare con gli occhi gli adulti che si affannano intorno a lui. Gli dicono di stare calmo, di non agitarsi che è peggio, gli dicono di avere pazienza e che passerà. Se non si getta un salvagente a qualcuno che sta annegando, hai voglia di dirgli “che passerà”.

Avevo circa dodici anni ed eravamo in vacanza in Slovenija da alcuni parenti dalle parti di Postumia. E’ una zona molto bella in collina sulla strada che da Trieste porta a Ljubliana e Maribor. Il paesaggio è dolce e i piccoli borghi e paesi si succedono uno simile all’altro per chilometri e chilometri. Dopo la frammentazione dell’ex Jugoslavia, la Slovenija sta gradualmente tornando ad essere quello che era prima delle guerre mondiali e cioè una sorta di satellite mitteleuropeo dal sapore austro ungarico con tanto di euro, voglie di revisionismo storico e conseguenti contraddizioni sociali e politiche che pretendono di costruire il futuro senza tenere conto del passato, un po’ come del resto sta succedendo in tutta Europa. Basta con l’inutile e dannosa contrapposizione tra fazioni e colori diversi, macché partigiani, macché fascisti, macché ustascia! Adesso sono tutti patrioti, difensori ciascuno del proprio ideale. Le guerre sono finite, ci sono stati vincitori e vinti e quindi pari dignità a tutti gli attori della Storia e al bando le vetuste e fuorvianti etichette che creano confusione e impediscono l’avanzare del progresso. Comunista e fascista, svuotati dei significati originali, sono termini ridotti ad essere sinonimi di mero insulto durante le campagne elettorali e nei talk show televisivi. Bisogna guardare avanti. Vuoi mettere non arrivare liberalmente a fine mese con i dinari e non arrivarci con gli euro! La Rivoluzione si è compiuta, ci siamo precipitati tutti e ora spacciamo gli ematomi delle ammaccature per abbronzatura. Prima lo stare male era un’imposizione, ora si può scegliere.

Mia zia Maria e mio zio Joze vivevano in un paesello sulla china di un piccolo monte. Dal cortile davanti a casa si godeva di un paesaggio che pareva un esercizio di pittura bucolica. Il profilo delle colline faceva da cornice ad una conca attraversata da un piccolo fiume che tra i campi formava delle pozze dove andavano ad abbeverarsi le mucche al pascolo. In cima alla collina di sinistra il campanile di una minuscola pieve rispondeva ai rintocchi della chiesa parrocchiale giù in paese. Suoni acuti e gravi al tramonto si stemperavano nella bruma che copriva tutto e tutti in un rassicurante abbraccio materno.

Era tutto bello, la gioviale ospitalità dei miei zii, l’amicizia dei miei cugini, il luogo che offriva a noi ragazzini mille opportunità di gioco tra il bosco, il fiume, gli stagni e i prati falciati di fresco. All’epoca in paese non c’era il supermercato e perciò ogni famiglia faceva crescere di tutto negli orti e molti tenevano anche un maiale e naturalmente pollame vario. A mia zia piacevano i gatti e almeno una decina di ogni taglia e colore approfittava della sua ospitalità rintanandosi per la notte nel fienile che allora si trovava al primo piano della casa. Più di una volta con mio fratello e i miei cugini abbiamo trascorso giornate intere a rotolarci e saltare nel fieno, a mangiare mele selvatiche dal sapore aspro e ad aiutare i mici a stanare i topolini di campagna che si nascondevano nel sottotetto.

Prati in fiore, fienile, gatti, polli.

Di solito resistevo tre o quattro giorni. Poi cominciavano a bruciarmi gli occhi, mi colava il naso, mi saliva la febbre e in men che non si dica mi ritrovavo nel letto a boccheggiare lemosinando ossigeno.

Mio zio Joze faceva l’infermiere e generosamente dispensava consigli e rimedi. Tonnellate di miele e propoli, eucalipto e mentolo, aspirine e sciroppi, nulla sembrava riuscire a risolvere l’affanno. Un pomeriggio particolarmente critico ero talmente esausto che cominciai a delirare supplicando tutti di lasciarmi morire e mio zio, seppure con tutte le migliori e più buone intenzioni, disse l’unica cosa che non avrebbe dovuto. Pover’uomo, mi voleva bene e altro non intendeva che rassicurarmi ma le sue semplici e scontate parole provocarono in me uno stato di panico totale. Mi disse genuinamente che non mi dovevo preoccupare, che non si muore di quella cosa. Pensando di tirarmi su il morale, aggiunse che “quel che non ammazza, fortifica!”. Non misi neanche lontanamente in conto il fatto che intendesse solo consolarmi e che secondo lui sarei sicuramente guarito, ma tradussi le sue parole con una condanna all’affogamento eterno, una sorta di ergastolo costretto in una minuscola stanza senza finestre con i miei polmoni sempre più rinsecchiti ma perennemente vivi e doloranti. Io volevo porre fine a quella tortura e mio zio mi stava rivelando che sarebbe durata per sempre!

Vaneggiai per un’altra notte e il giorno seguente i miei mi riportarono a casa. Di solito ogni minima traccia dell’agonia respiratoria spariva non più di un’oretta dopo la partenza e il mistero delle mie improvvise malattie e altrettanto repentine guarigioni non si risolse che alcuni anni più tardi quando mi sottoposi ad un esame allergologico. Pollini vari, lana di pecora, pelo di gatto, acari della polvere, piume divennero da un giorno all’altro nemici da combattere con ogni mezzo. Affrontai una lunga vaccinoterapia antiallergica che fortunatamente funzionò (non sempre succede) e da allora sento solo dei piccoli fastidi ma nulla di ingestibile.

Non ho più avuto attacchi d’asma né di bronchite, mi ammalo raramente e solo gli acciacchi dell’età, che è quella che è, di tanto in tanto mi appesantiscono le giornate.

Torna, invece, sempre più spesso il senso angosciante dell’irrisolvibilità riferito alla situazione della politica e quindi della società. Un senso di opprimente soffocamento che mi assale quando mi rendo conto che le cose vanno ogni giorno di male in peggio, che i soldi non bastano mai, che trovano sempre più terreno fertile comportamenti xenofobi, omofobi, razzisti, che è sempre più diffusa la mentalità della mors tua vita mea, che prevale l’indifferenza nei confronti di chi sta ancora peggio, che siamo nelle mani di istituzioni colluse con la criminalità, che ormai accettiamo tutto questo come normalità, prassi, abitudine, regola, con rassegnazione.

Vorremmo disperatamente che cambiasse o che finisse e invece ci dicono di non preoccuparci, che di queste cose non si muore.

Quello che non ammazza fortifica. Finché c’è aria.




permalink | inviato da rumoridigente il 2/12/2009 alle 7:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



10 settembre 2009

UNA STORIA PARALLELA (ad Augusto)

 

Nasce nella metà degli anni ’20, gli anni ’20 del secolo scorso. Nasce in una terra allora povera di prospettive e ricca di emigranti che andranno a cercar fortuna in America o ad ammalarsi di malaria nelle paludi pontine. Poco più che adolescente capisce che c’è qualcosa che non va e decide di ribellarsi nell’unico modo possibile a quei tempi. Raggiunge le bande partigiane e lotta come può, come deve. Combatte, viene tradito e arrestato, fugge, lo riprendono e lui scappa ancora, fino alla fine di quell’incubo che gli aveva rubato la gioventù. Quando tutto sembra risolversi, con lo sguardo rivolto ad est dove sarebbe presto sorto il sol dell’avvenir, il destino gli riserverà altre sorprese, altri trabocchetti che non saprà evitare e tornerà bandito, fuggirà ancora, troverà accoglienza altrove.

Quando l’Italia, patria ingrata, si faceva ipnotizzare dalla luce azzurrognola dei primi tubi catodici e un tizio biondo invitava concorrenti impacciati a lasciare o a raddoppiare, iniziava l’ennesima odissea nel tentativo di chiudere una ferita aperta da troppo tempo. Il rientro nella scia di un esodo lo portò con moglie e tre figli a peregrinare da un campo profughi all’altro, senza speranza con altri due pargoli che nel frattempo si erano aggiunti alla nidiata. Sette anime senza identità.

Ricomincia la fuga, su verso nord dove c’è lavoro, dove c’è il pane e forse un po’ di dignità.

Ma la nostalgia e la rabbia sono forti. Non si capacita di dover rinunciare ad un diritto guadagnato nel fango, nel freddo sulla propria pelle, arrampicato sulle montagne del Carso.

Quando arriva il documento i figli sono cresciuti, sono cambiati, sono diversi. La tribù si frammenta e i pezzi sono taglienti, incidono le carni e lasciano cicatrice profonde di frustrazione, di rimpianto, di amarezza e impotenza.

Lavora, vuole lavorare ma la storia glielo impedisce. Si sciopera! Si manifesta! Tocca combattere ancora dopo tanto tempo, dopo tanto tribolare, tocca ancora gridare per farsi sentire. Lo perde il lavoro, una volta, due volte, tre volte e poi fugge di nuovo. Ancora a cercare il pane e se stesso finché scivola stancamente verso il riposo, l’ipocritamente giusto riposo.

Il passo è malfermo, le mani nodose, lo sguardo liquido dei vecchi.

Non può più scappare, le gambe ossute glielo impediscono. Allora si rifugia nel magazzino a tirare fili elettrici, a segare assi di legno e a piegare il ferro, oppure nella sua camera. Si infila le cuffie, accende la tivvù e guarda il telegiornale, due telegiornali, tre, forse dieci e più telegiornali, perché ha fame di sapere, anche se non gliene frega niente e pur di affermare la propria esistenza, nega anche l’evidenza.

“Toh, xe morto Mike Bongiorno... a mi no me risulta ch’el sia sta partigian.”




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18 giugno 2009

L'IMPERATORE E I PENSAMALE

 

Il Regno dello Stivaletto era stato scosso da un vero e proprio terremoto istituzionale e i sudditi vagavano da mesi senza meta alla ricerca di un punto di riferimento, di una speranza, di un’illusione pur di sentirsi ancora una comunità. Fu allora che, nel marasma seguito alla nefasta operazione “Mani Mozzate” ad opera delle Toghe Rosse provenienti dalle umide lande di Midlandia, come d’incanto comparvero lungo le vie della Penisola Dorata migliaia e migliaia di grandi cartelloni con la rassicurante immagine di un pacioso fanciullo in fasce il quale, sorridente, incitava gli animi con l’epigramma “Forsa Stivaletto!”. Il giustificato iniziale stupore e la naturale diffidenza lasciarono però il posto al rassicurante senso d’ottimismo che l’immagine trasmetteva. La serenità finalmente ritornò così ad insinuarsi nei cuori degli Stivalettiani.

Era solo l’inizio di una marcia inarrestabile che avrebbe presto sortito i suoi frutti.

Un Cavaliere senza macchia e senza paura aveva posto le basi per la sua discesa in campo e come un novello Ganimede irruppe nello sconquassato panorama politico, promettendo nuovi orizzonti, più bellezza per tutti, più allegria, più felicità, più libertà.

Tanti anni di incertezze e paure furono cancellati in un sol colpo liberando tutti dal giogo dei vetusti politicanti di mestiere. Finalmente lo Stivaletto aveva ritrovato una guida, ispiratore e mentore, l’ideale punto d’arrivo di ogni speranza oppressa da decenni di oppressione.

L’Imperatore, così volle umilmente farsi chiamare, a colpi di quiz, ballerine, acrobati e sguinzagliando per tutto il Regno i suoi Fidi Bardi, ispirato dai cugini d’oltralpe diffuse il suo messaggio di fraternità, uguaglianza e libertà. Fraternità per gli amici, Uguaglianza agli uguali e Libertà di fare ognuno come gli pareva.

Uno dei momenti più alti del suo Regno fu quando introdusse la cosiddetta “regola della Percezione” che consisteva nel doversi convincere che le cose non andavano così male come poteva sembrare. Pur di rispettare la nuova legge milioni di Stivalettiani si ridussero in miseria giocando al Lotto i risparmi di una vita.

Con la fame così realisticamente percepita, nel popolo cominciò ad insinuarsi il seme del sospetto e della diffidenza. Sempre più sudditi iniziarono a farsi delle domande, rischiando per questo la galera e la fustigazione pubblica. Piccoli gruppi di Antagonisti Dubbiosi si riunivano nelle cantine e nelle grotte e durante i loro incontri si stupivano esssi stessi di quante domande poteva contenere un piccolo cervello. Tante ma tante e tutte senza risposta. Perché l’Imperatore emanava solo leggi che facevano comodo a lui e ai suoi amici? Quale arcana magia gli consentiva pur invecchiando di avere sempre più capelli e sempre più scuri in testa? Come mai nel Gran Consiglio del Regno sedevano tutti i suoi legulei e i suoi medici? Perché durante le fiere le pubblictà erano ogni tanto interrotte dalle commedie?

In breve tempo i piccoli gruppi Antagonisti crearono una rete che prese il nome di “Pensamale”, persone semplici che avevano semplicemente deciso che pensare era un loro sacrosanto diritto dovere.

L’Imperatore era sempre più nervoso e ogni giorno ne inventava una per poter continuare a farsi indisturbato gli affari suoi. Cominciò a depenalizzare ogni reato in cui potesse, anche incidentalmente, inciampare. Per esempio trasformò la rapina a mano armato in rapina armata, nel senso che era punibile solo se un furto fosse commesso sotto la minaccia di una piccola rapa. Si mise a dispensare favori a destra e in qualche caso addirittura a manca. I capelli erano sempre più scuri e folti, la pelle sempre più liscia e glabra, sembrava persino più alto, più snello, sempre più attivo, iperattivo, inventava storielle nuove ogni giorno, divenne quasi maniacale nel vedere complotti contro la sua venerabile persona provenire da ogni dove.

Mentre i Pensamale pacificamente altro non facevano che quello per cui si erano costituiti, l’Imperatore cominciò a strafare uscendo goffamente da un seminato ormai sterile, calpestando tutto e tutti. Compresa la Sposa Regnante che tramite un dispaccio affisso nelle piazze di tutto il Regno, ad un certo punto gli comunicò il proprio buon ritiro, pregando gli amici ed i parenti di dare caritatevole sostegno al consorte “colpito da un male oscuro”.

Il Palazzo Reale divenne ricettacolo di loschi figuri e donne di malaffare. Non passava giorno che i messi non portassero notizie sempre più diffamanti nonostante i messi fossero di sua proprietà. L’imminente disfatta era evidente, già si poteva sentire lo scricchiolio delle ossa frantumate sotto il peso dell’iniquità e dell’arroganza, eppure il Cavaliere tenuto in sella da un’ostinazione anfetaminica continuava a sorridere e ad irridere i suoi detrattori, racattando alleanze dai colori cupi e trascinando inesorabilmente lo Stivaletto verso un torbido periodo di Oscurantismo.

I Pensamale altro non potevano fare che continuare la loro pacifica missione di verità, sempre più convinti nella loro ingenua purezza che a pensar male non si sbaglia mai


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7 aprile 2009

PEDONI

 Su queste pagine (pagine? beh, insomma, virtuali ma comunque pagine) me la sono presa più volte con gli automobilisti. Categoria a cui peraltro appartengo anch’io ma ovviamente in quanto rappresentante della parte più disciplinata, rispettosa ed osservante delle norme che regolano la circolazione stradale. Ovvio.

Altra categoria di cui faccio parte quando, e succede fortunatamente spesso, non ho necessità di muovere l’auto, è quella dei cosiddetti pedoni. Già il termine che rimanda alla gerarchia scacchistica, suona piuttosto riduttivo e addirittura deprimente, sicuramente pone chi sceglie di usare le proprie gambe per muoversi, in una posizione di inferiorità rispetto a tutto il resto che riempie le nostre strade. Il pedone è in definitiva l’ultima pedina, l’ultima ruota del carro, l’ultimo ingranaggio del gigantesco motore che fa muovere la locomotiva della vita metropolitana e in quanto tale è destinato fatalmente a subire. Non importa se per esso siano stati inventati i marciapiedi, strisce e zone pedonali, semafori, portici e quant’altro, il pedone non è comunque un soggetto che abbia dignità di considerazione da parte della maggioranza degli automobilisti.

Ho fatto questa breve premessa per dire che il pedone parte svantaggiato nell’analisi dell’insieme delle componenti che costituiscono il fenomeno comunemente noto come “traffico”, poiché considerato poco più di un fastidio, alla stregua di cani, gatti e sorci che inopportunamente attraversano lo specchio visivo e quindi vitale degli inscatolati su quattro ruote. E’ una vitaccia quella del pedone e gli si deve solidarietà e comprensione. Detto questo, esistono però alcuni pedoni ben mimetizzati tra la popolazione, che hanno abbracciato una nuova fede professata come fosse La Missione Assoluta da portare a compimento mettendo, se necessario, a repentaglio la propria vita e quella di chiunque cozzi nelle loro convinzioni. Sono pedoni ancestrali, che di generazione in generazione si tramandano i segreti del loro mandato ultraterreno.

Tanto ultraterreno che la loro maggiore peculiarità sembra sia quella di essere invisibili se non per determinati brevi istanti durante i quali compaiono all’improvviso in mezzo ad un incrocio, dietro una curva o mentre attraversano un passo carraio.

Si possono suddividere in poche ma significative categorie e di seguito ne ricordo alcune.

Gli anti marciapiedi: senza distinzione di sesso, età o razza, ignorano volutamente l’esistenza e l’utilizzo del marciapiede. E non perché questo sia danneggiato, troppo alto o scosceso ma perché nella loro mente annebbiata semplicemente il marciapiede non è mai stato inventato e sono convinti che il destino dell’umanità sia di camminare in mezzo alla strada. Degne di nota sono le mamme in loop da sms con carrozzine e cellulare che procedono a zigzag e le nonnine ingobbite con il carrello della spesa preso a prestito dal supermercato le cui rotelline ovunque vanno fuorché diritte.

Gli X-men: sono pedoni convinti di possedere poteri da supereroi tipo che per attraversare indenni le strisce pedonali basti allungare il braccio e mostrare minacciosamente le dita della mano aperta ai camionisti perché questi si trasformino in docili tricicli. A volte funziona, più spesso l’unica mutazione che si verifica è che il pedone diventa una sorta di blob uniformemente distribuito sull’asfalto.

I danzatori: sono ballerini mancati, virtuosi della torsione pelvica e del piede vorticante. Disdegnano l’attraversamento pedonale, le strisce e i semafori provocano in loro allergie ed eritemi e si tuffano quindi nel fiume di macchine appena scorgono un pertugio e in una frazione di secondo causano infarti e coccoloni volteggiando tra le lamiere, esibendosi in arrières, renversé, colpi di tacco e di punta, torsioni del busto e delle spalle in un balletto ipnotico e muto, giungendo miracolosamente incolumi a destinazione, incuranti delle male parole e della stridula colonna sonora prodotta dai clacson e dalle frenate.

Gli esitanti: si fermano con la punta delle scarpe sopra la prima delle strisce, con le spalle leggermente curvate in avanti e la testa che porta ossessivamente lo sguardo da destra a sinistra, da sinistra a destra. L’atteggiamento e quello di chi sta per gettarsi nel vuoto e tutto il corpo trasmette con chiarezza l’imminente volontà di muoversi. Tanto chiaramente che ben presto una macchina si ferma e lo invita a passare. Ma lui no, lui non si muove. Scambia freneticamente occhiate misteriose e indecifrabili con l’automobilista in un dialogo mimico tra ciechi, finché il pilota inserisce la prima e comincia a togliere la frizione. Nello stesso istante, con una sincronia al centesimo di secondo, il pedone esitante si muove costringendo l’automobilista della prima corsia ad una brusca frenata e provocando nella corsia opposta un tamponamento a catena che ancora stanno compilando le constatazioni amichevoli.

Il fetente: non ha evidentemente nulla da fare tutto il giorno se non attraversare incroci, preferibilmente senza semaforo. Si posiziona sulla sua linea di partenza come un centometrista tutto concentrato sul risultato che otterrà alla fine del balzo che si appresta ad eseguire. Riflette la luce il fetente, è visibile a miglia e miglia di distanza come la stella polare, come un faro, come la fiamma olimpica. Infatti lo vedono tutti e, come fossero un sol uomo, tutti staccano il piede dall’acceleratore per spostarlo sul pedale del freno tenendo la marcia in sospeso con la frizione. Basterà rallentare un pochino, quel tanto che basta per far passare il missile umano spinto da circuiti di mille valvole che attraverserà in un battito di ciglia l’orizzonte urbano. L’automobilista non lo sa, ma quello è un missile sì, ma fetente e così come si era palesato il missile si trasforma in un bradipo, una tartaruga, un essere pesante che procede centimetro dopo centimetro come se calzasse ciabatte di piombo.

L’attraversamento dura un’eternità, durante la quale ognuno ritrova dentro di sé l’anello mancante, l’essere primordiale non più bestia ma non ancora umano che vorrebbe spingere sull’acceleratore e polverizzare il fetente, ma non si può, accidenti non si può.




permalink | inviato da rumoridigente il 7/4/2009 alle 8:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



17 marzo 2009

IMBECILLI SU GOMMA

 

(attenzione questo post contiene parolacce)

Testa di cazzo! Sì mi rivolgo a te piccolo uomo afflitto da impotenza permanente che proietta le proprie frustrazioni sul prolungamento meccanico ed elettronico che parte dal sedile anatomico e prosegue nell’avvolgente scatola di metalli, plastiche e siliconi comunemente nota come automobile. Sotto il tuo culo flaccido e sudaticcio un intero branco di cavalli motore fanno vibrare la tua fragile spina dorsale accendendo una luce, seppure fioca, negli occhietti assetati di rivalsa nascosti sotto le lenti cangianti di gran firma. E’ tutto firmato dentro e intorno a te. I tuoi marchi dicono chi sei: uno stronzo. Così come lo dice il navigatore satellitare, il lettore dvd, l’impianto di amplificazione a 400 watt, il frigo bar e tutti gli auricolari, ipod e diavolerie varie che ti collegano ai tuoi mondi virtuali di foto e profili ritoccati, abbelliti, finti. Se per un attimo ti sfiora la sacrosanta depressione che dovrebbe accompagnare ogni tuo respiro, la terapia che risolve ogni tuo malessere è lì a portata di mano, anzi, di piede. Basta spingere sul pedale dell’acceleratore e ci pensa il turbo a far ingoiare la polvere a tutti noi miseri mortali che rubiamo il tuo ossigeno, che limitiamo la tua espansione nell’universo, che rallentiamo la tua corsa.

Piccolo viscido verme vigliacco, chissà quante mortificazioni infliggi ogni giorno ad altri imbecilli che si illudono di poter competere con quella specie di esoscheletro che ti porti addosso. Ma chi sono? Condannati alla frustrazione eterna dalla tua magnificenza, dal tuo inarrivabile primato, altro non possono fare che soccombere, rinunciare alla lotta e ritirarsi battuti e umiliati dalla tua terribile meraviglia. Povero cretino, poveri cretini, uomini piccoli piccoli a quali nemmeno la più grande delle cilindrate potrà mai dare abbastanza velocità per raggiungere un benché minimo senso di esistere.

Piccolo uomo che ottieni un fac simile di erezione solo quando riesci ad inserire la sesta marcia, l’altro giorno in autostrada c’ero io su quella Doblò blu scuro, opaca di polvere e con più di uno striscio sulle fiancate. Un furgone più che una macchina, un vecchio diesel che continua a fare il suo dovere di trasportarmi da un luogo all’altro, con una bella capacità di carico che mi permette di portarmi appresso, quando servono, strumenti e ciarabattole varie. Ci vado anche in vacanza, ché a me piace il campeggio e mi porto appresso un sacco di roba per starmene tranquillo e in completo relax nel verde per un paio di settmane all’anno. Mi ci porto le bici quando decido di trascorre la domenica a pedalare lungo l’argine di un fiume, in campagna o sui colli. Sai come sono i vecchi diesel, hanno bisogno di essere un po’ coccolati. Prima di partire si devono scaldare finché il rumore di ferraglia si trasforma in un borbottio regolare. Poi gli potresti far fare di tutto ma non lo faccio perché a me basta che mi porti da un posto all’altro e che mi faccia arrivare al mare e ritorno senza patemi o bisogno di superare record di percorrenza. Sono un tipo tranquillo, te l’ho detto, e mi serve una macchina tranquilla. Una volta, lo so ti verrà da ridere decerebrato come sei, l’ho spinta fino a 150 all’ora. Potrebbe fare anche di più ma perché dovrebbe visto che il limite è a 130 e che superati i cento consuma il doppio? Accidenti, scusa, ho detto una cosa ovvia e quindi banale e superflua per un superuomo come te che ogni giorno sfida il lampo e rincorre le comete.

C’ero io su quella Doblò dalla quale ti sei sentito evidentemente molto attratto, visto che nonostante l’assoluta mancanza di spazio per effettuare anche il minimo accenno di sorpasso, mi ti sei attaccato al culo esplicitando la tua insofferente disapprovazione virando con nervosi scatti del volante a destra e a sinistra come per trovare un pertugio attraverso il quale passare per non essere costretto in quella posizione, seppure momentanea di inferiorità. Non è cosa da semidio stare in coda, aspettare due minuti che il traffico si fluidifichi perché un altro deficiente con una cisterna piena di azoto liquido più avanti sta tentando di sorpassare un Tir lungo trenta metri e il duello tra bisonti ha prodotto un lungo nervoso serpente di lamiere luccicanti e colorate. Vorresti poter volare, lo so, ma ancora non l’hanno commercializzata la macchina di “Ritorno al futuro” e ti tocca stare lì a sopportare lo spettacolo degradante del posteriore sporco di fango del mio vetusto furgone che sbuffa e manco per l’anticamera del cervello ci pensa a buttarsi in quella mischia infernale di sorpassi, frenate e bestemmie a denti stretti.

Ma tu no, tu non puoi aspettare. C’è il rischio che ti si ammosci di nuovo. In quei trenta secondi di eterna attesa hai già inviato otto sms, hai parlato al cellulare, ascoltata la radio, e controllata l’agenda sul palmare e ora non puoi più aspettare perché c’è un limite a tutto! Ti sarai guardato per un istante nello specchietto e quando il tuo sguardo ha incrociato quelle due piccole fessure porcine e l’ampia fronte desolatamente sfuggente e priva di produzione pilifera da tempi immemori, hai fatto l’unica cosa in cui sei maestro insuperabile: una cazzata.

Con un’evidente espressione di insofferenza nei confronti dell’intera galassia che malauguratamente ci ospita entrambi, hai sterzato sulla destra e il prolungamento del tuo rinsecchito pisello ha premuto sull’acceleratore facendoti aderire all’incestuoso abbraccio materno d’alcantara del sedile. Non me ne sono reso conto subito. Sai com’è: ero distratto a stare attento a quelli che avevo davanti, cose come la distanza di sicurezza e amenità del genere. Ti ho visto sparire dagli specchietti e ricomparire come Ben Hur sulla biga dalla parte più sbagliata, quella più pericolosa e incosciente, quella che non ci scappa il morto solo nei film e nei telefilm americani. Prima il muso scintillante della tua corazza, poi l’abitacolo con il tuo profilo insulso e infine uno stemma imperioso incollato al sedere del tuo cavallo d’acciaio. Tutto in poche frazioni di secondo, un attimo che mi è stato più che sufficiente per scoprire cosa significhi avere paura di morire.

Ho mantenuto la mia traiettoria e fortunatamente non è successo nulla e tu, fantoccio pieno di sé e di merda putrida, con una gimkana omicida e irresponsabile tra le corsie intasate, sei sparito dalla mia vita.

Ho pensato che se fossi stato un agente di polizia o qualcosa del genere, avrei sfruttato i miei agganci per rintracciarti e per venirti a trovare a casa con una mazza da baseball e non per farci una partita. Ho pensato che sarebbe bastato un nonnulla, lo scoppio di una gomma, un passero sul parabrezza, un sassolino da un camion, una buca nell’asfalto per causare un massacro, per interrompere tante magnifiche e uniche esistenze.

Non ti ho augurato di morire, ma di farti male sì, lo ammetto... tanto male.




permalink | inviato da rumoridigente il 17/3/2009 alle 7:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



13 novembre 2008

ONIRAM

 

“Ti devo parlare. Sì, lo devo fare anche se so che come al solito non mi risponderai. Ti limiterai a scimmiottarmi, magari penserai che sono impazzito, ti prenderai gioco di me, ma non importa, devo chiarire e se non mi ascolterai sarà solo l’ennesimo sfogo del paranoico che credi io sia no? Sono stanco di doverti sempre cercare io. Mai una volta la soddisfazione di vederti venire da me di tua iniziativa, mai una parola, un gesto che non sia la brutta copia dei miei. Ah certo, dici che non mi hai mai girato le spalle e non posso contraddirti, ma preferirei un tradimento piuttosto che questo silenzio, questo continuo apparire e scomparire. Ti rendi conto di quanto sia pesante sapere che ci sei, esisti, lo so che esisti, ma che non ti so descrivere perché ci sono parti di te che non conosco, che non ho mai visto. Non hai odore, i tuoi contorni a volte abbagliano per nitidezza, altre volte sfuggono come affogati nella nebbia di un respiro. Com’è fatta la tua nuca? Tutti hanno visto il tuo profilo, perché io non posso?
Ti guardo, certi giorni vorrei schiaffeggiarti, altri non ti riconosco. Certi giorni mi piaci, mi fai tenerezza, altri una strana luce attraverso il tuo sguardo e mi sento solo un riflesso di me stesso”.

“Il mio migliore amico è lo specchio, perchè quando piango non ride mai.” (Jim Morrison)




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16 ottobre 2008

PER QUENEAU? PERCHE' NO?

 

Una persona entra nel suo seggio elettorale, le viene consegnata la scheda elettorale, entra nella cabina e dopo una breve riflessione esprime il suo voto, assegnandolo ad una determinata lista nella quale in qualche modo si riconosce e alla quale delega di rappresentarla nel governo del Paese. Esce dalla cabina, consegna la matita e la scheda, ritira in documento precedentemente dato in custodia agli scrutatori e fa ritorno a casa.

L’uomo è felice ed emozionato. La Patria ancora una volta l’ha chiamato ad esprimersi per dare un futuro di certezze e di prosperità alla Nazione. Varca la soglia del seggio elettorale con la luminosa foga del soldato che si fa breccia tra le fila del tiranno usurpatore. Con un balzo s’introduce lesto nell’angusta cella ove con mano ferma e decisa traccia un segno indelebile sul Simbolo prediletto nonché predestinato a risollevare le sorti dell’Umanità tutta. Custodendo gelosamente nel cuore gonfio d’orgoglio la sacrosanta segretezza della sua preferenza, riconsegna gli strumenti della Democrazia ai solerti operatori scrutinanti, ritrova l’immacolato certificato d’identità e gaudente infila la strada del ritorno nel seno della Sacra Famiglia.

Pronto ciao sono Pippo… senti, fino a che ora è che si può votare?... ah fino alle dieci… ma le dieci di sera?... di questa sera? Ma sono le nove e mezza?... eh lo so… ma tu ci sei andato?... ah già stamattina… però!... Io?... No, non ancora, mi sono addormentato davanti alla tivvù… Ma no, non da stamattina! Cioè, oggi ho avuto da fare e poi dopo mangiato mi sono messo a… sì sì ci vado, anche se… Ma sai, mica sono sicuro di chi votare… tu sì?... Beato te… Vabbè senti, ora mi vesto, vado e magari decido quando sarò lì, d’istinto… ok… sì… va bene… ciao ci sentiamo. Dove sarà il certificato elettorale?... boh… Ehi ma quella non è la Emma Welber? Bona la tedescona!... che ore sono?... manca un quarto… magari faccio tutto di corsa e poi arrivo anche in ritardo… ma chi se ne frega… che è sta trasmissione? La Penisola dei Formosi? Mmh, interessante…

Il certificato ce l’ho, la carta d’identità pure. Il seggio qual è? Il 21, bene, è ancora nella stessa scuola dell’altra volta, qui a due passi. Allora, si entra, si consegna il documento, loro controllano se sei nell’elenco, poi si passa al tavolo dove ci sono le urne e lì si consegna il certificato e si riceve la scheda e la matita. Si entra nella cabina, ci si assicura che la tendina sia ben chiusa ché il voto è segreto, si apre la scheda stendendola per bene facendo attenzione che i lembi non si sovrappongano provocando segni indesiderati che potrebbero venire interpretati male dalla commissione elettorale. Poi… poi… aspetta… poi si… che si fa poi? Per la miseria, non ricordo!... Dunque… il certificato ce l’ho, la carta d’identità pure….

Ciao sono Lillo, è qui che si vota? Perché, cioè, c’ho da votare per il simbolo che mi ha detto il Cionco, il mio amico Cionco, quello che fa motocross che si è rotto l’anca l’anno scorso. Dice il Cionco che è qui che si vota. E’ qui no?

L’omino si avvicinò circospetto allo specchio dell’uscio che portava in una stanza male illuminata e con le pareti scrostate dall’umidità. Fece del suo meglio per aggiustarsi il bavero del cappotto sdrucito e leggermente abbondante. Glielo avevano dato all’Opera di Carità del quartiere e seppure vecchio e liso, era pulito e riparava dal freddo. Ci teneva a dare un’impressione buona di sé e si sforzò di assumere una postura ritta e sfoderò un improbabile sorriso che gli evidenziò una ragnatela di piccole rughe guarnite da qualche pelo di barba mal rasato. Porse il documento all’addetto e come per confermare a se stesso e agli altri la propria esistenza, accompagnò il gesto pronunciando il proprio nome e cognome. Perché ce l’aveva ancora un nome e cognome. Non aveva più moglie, famiglia né casa ma quel pezzo di carta certificava che non era ancora un ectoplasma, ma un essere vivente con dei diritti che intendeva ora esercitare. Lo scrutatore esaminò il documento, poi si alzò e lo fece vedere ad uno che doveva essere più alto in grado, poi ad un altro scrutatore e infine tutti insieme parlottarono tra di loro, ogni tanto guardando l’omino infagottato che si aggiustava nervosamente il colletto. Il più anziano gli si avvicinò e gli comunicò che la carta era scaduta, che avrebbe dovuto rinnovarla oppure farsi riconoscere da qualcuno del seggio. Non conosceva nessuno l’omino. Si scusò e tornò all’Opera di Carità. Magari lì gli avrebbero procurato un’identità rinnovata.


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permalink | inviato da rumoridigente il 16/10/2008 alle 6:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



30 settembre 2008

DIVERSI... A VOCE ALTA

 

L’altro giorno per strada ho incrociato due ragazzi di colore. Stavano parlando tra di loro con un tono di voce talmente alto che era impossibile non notarli. Ho visto molte epressioni di disapprovazione sulle facce delle altre persone sul marciapiede, alcune addirittura hanno sfoggiato la loro migliore versione di quello che doveva essere vero e proprio ribrezzo. Molti avranno pensato che quei due erano minimo maleducati, sicuramente incivili e probabilmente stupratori o spacciatori.

A me invece è venuto da sorridere perché mi è tornata in mente una cosa che durante il mio recente viaggio in Danimarca, mi ha detto un vecchio amico d’infanzia. Quando ci siamo incontrati, una delle prime cose che ha ricordato del periodo in cui abbiamo vissuto lassù, erano le nostre “urla”. Pareva che quella strana famiglia italiana non facesse che scannarsi a vicenda, tanto parlavamo a voce alta. All’ora di cena mia madre si affacciava alla finestra e gridava i nostri nomi per richiamarci in casa, senza rendersi conto che a tutto il vicinato ogni volta veniva il coccolone per lo spavento.

Sono convinto che molti avranno pensato che eravamo maleducati, sicuramente incivili e probabilmente destinati a diventare stupratori o spacciatori.




permalink | inviato da rumoridigente il 30/9/2008 alle 0:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


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