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  rumoridigente [ voci di strada, rumori di gente... ]
         

 
blog iniziato il 31 gennaio 2007
(contatore ShinyStat dal 22/2/07)


Marino Marini

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Sono uno qualunque
che ascolta i rumori
e a volte sente le voci.
Non ho obiettivi
particolarmente importanti e
non pensarci rende più gradevole
la sorpresa di averli raggiunti.
Benvenute/i
in questo non luogo...

(give peace a chance)

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CHE RUMORI? QUALI VOCI?

Diario
:
è la rubrica di base del blog...
pensieri più o meno liberi
e non classificati.

Storie:
racconti e ricordi di storie
mie o di altri illustri sconosciuti.

Il Bancone:
cronache dal
ventre di una Biblioteca.

Musicanti:
note di note e
di noti e meno noti.

Emigrazione:
tracce di emigranti.

Giochi o società:
appunti di attualità
o di attuale quotidianità.

Amenità:
per sorridere.

RACCONTO:
scriviamo insieme
LA storia.

DISEGNINI:
scarabocchi di un
talento sprecato.

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CONSIGLI PER LA LETTURA:



 

per info più dettagliate visitate il sito:

http://www.viadelcampo.com/

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HO ASCOLTATO DI RECENTE :

UN PO' DI TUTTO E UN PO' DI NIENTE...

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(SONO ANCHE SU MYSPACE 
)

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28 gennaio 2015

C'è gelo e gelo.

Quassù nel exflorido nordest l'inverno si sta consumando senza particolari sussulti. Praticamente non ho mai indossato la sciarpa e i guanti li ho infilati solo per andare in bici. Niente scarponi pesanti né berretti di lana. Ha pure piovuto poco e la neve s'è fatta vedere solo per qualche ora. La temperatura è scesa raramente sotto lo zero e perlopiù di notte e quindi nemmeno quel surrogato di neve che è la brina ha granché trasformato il paesaggio imbiancando tetti, prati, ragnatele e automobili.

Che mi ricordi, negli ultimi due mesi, ho dovuto grattare via il ghiaccio dal parabrezza solo un paio di volte e senza particolare fatica. Un ghiaccetto superficiale, un velo di zucchero filato appena indurito.

Posseggo una macchina vecchiotta ma che, quando serve, fa ancora dignitosamente il suo dovere, però la uso poco e non ho un garage, quindi “dorme” fuori. Conosce tutte e quattro le stagioni e sole, vento, pioggia, gelo le fanno un baffo se non si tiene conto della vernice ormai opaca e in alcuni punti screpolata. Poco male, l'importante è che parta quando serve.

Certe mattine d'inverno le macchine che incrocio lungo il tragitto che mi porta al lavoro mi raccontano un sacco di storie.

C'è l'utilitaria ingolfata totalmente ricoperta di ghiaccio ma con i finestrini perfettamente puliti del pensionato che per grattarli con precisione certosina è uscito un'ora prima. L'ha parcheggiata sotto casa con il motore acceso per riscaldarla e ora aspetta la moglie per andare dal dottore a farsi fare le ricette del mese.

C'è quello che invece si è alzato tardi e mica poteva saperlo che avrebbe fatto così freddo. Imbacuccato come un esploratore artico, tra un'imprecazione e l'altra gratta i finestrini alzando un polverone di cristalli ghiacciati che si mescolano con il fumo bianco, denso e puzzolente che esce dalla marmitta.

C'è la signora che mica ha avuto tempo di star lì a togliere quella patina gelata e mi sfreccia accanto sfiorandomi tutta piegata a guardare la strada attraverso i tre centimetri quadrati di parabrezza scongelati dalla ventola. Contemporaneamente riesce a mandare un sms e a mettersi il rossetto.

C'è il papà che deve correre al lavoro ma prima deve portare i bimbi a scuola (più o meno a trecento metri da casa) e 'sta cosa della brina proprio non ci voleva oggi che c'è quella riunione importante. E allora, mentre i pargoli stanno seduti sui sedili posteriori, lui ha acceso il riscaldamento al massimo, lo sbrinatore per il lunotto posteriore, gratta come un forsennato i finestrini, telefona per avvisare che forse arriverà in ritardo, salvo sentirsi rispondere che l'incontro è stato rinviato.

Poi ci sono quelli che la macchina sembra appena uscita dal concessionario. Non solo senza l'ombra di ghiaccio, ma anche talmente pulita e lucida che c'è da sorprendersi che sia già stata immatricolata. Sono quelli che hanno il garage e magari pure riscaldato. Mi ricordano le navi rompighiaccio che senza fatica apparente si fanno strada in un mare di iceberg i quali, reverenti, si spostano scricchiolando al loro passaggio.

Ecco, nemmeno il gelo è uguale per tutti.

O forse siamo semplicemente noi ad essere diversi.


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31 marzo 2014

IMMAGINA...

Sei lì, stanco della consuetudine di gesti e azioni ripetute all’infinito, giorno dopo giorno.
Sei lì e ti assale l’ansia perché non sai deciderti su cosa fare nel weekend. Un giro in collina? Una biciclettata? Me ne sto a casa a guardarmi un dvd? Preparo una torta e invito gli amici a mangiarla?

Immagina di avere sete. Hai sete ma l’acqua dal rubinetto non esce, anzi, non c’è nemmeno il rubinetto. Neanche i tubi che dovrebbero arrivare al rubinetto ci sono. Non c’è nemmeno il lavello, la cucina. C’è solo una stanza senza mobili, il pavimento in terra battuta e tu lì sei seduto in un angolo che hai sete. Ti guardi intorno e non c’è una sedia, un tavolo, una mensola, uno scaffale, qualcosa con sopra dei bicchieri, dei piatti, delle posate, delle pentole. Nulla. Solo una piccola buca piena di cenere al centro della stanza con sopra una specie di pignatta ammaccata e annerita. Più in là, sotto il foro nel muro che fa da finestra, una vecchia tanica di plastica lercia.

Immagina di alzarti con fatica perché fa caldo e la polvere alzata dal vento ti secca i polmoni. Prendi la tanica ed esci.

Immagina che il pozzo più vicino sia a cinque chilometri dalla tua capanna di fango. Cinque chilometri di savana color ocra, popolata di serpenti, iene, qualche leone, ogni tanto un rinoceronte scontrosamente attaccabrighe con chi invade il suo territorio.

Immagina che la sete si fa più forte e che un po’ d’acqua ti servirà per bollire qualche tubero e per lavarti mani e viso. E ti tocca dimenticarti i pericoli e avviarti sul sentiero che porta al pozzo.

Immagina che, nonostante tutte le difficoltà, tu sia giovane e sufficientemente forte da affrontare una tale passeggiata a passo abbastanza spedito. A scanso di imprevisti e calcolando che al ritorno avrai una ventina di litri nella tanica da portare, quanto potresti metterci? Due ore, forse tre? Magari anche di più considerato che ogni tanto ti dovrai fermare a riprendere fiato sotto una canicola che può arrivare a 45 gradi.

Immagina che ce la fai a tornare. Appoggi la tanica nell’ombra più riparata della capanna. Togli il tappo. Inclini lentamente il contenitore per non rischiare di perdere nemmeno una goccia. Versi un po’ di liquido tiepido nella mano a conchiglia e bevi. Poco poco, quel tanto che basta per avere la sensazione di non bruciare dentro. E con le poche gocce che rimangono attaccate al palmo della mano ti inumidisci gli occhi.

Immagina la sensazione che può dare quell’acqua torbida che ti scende nella gola in un gioco d’azzardo tra i batteri e i tuoi provati anticorpi. Un paradiso.

Immagina quindi ti alzarti dissetato e rinfrancato. Esci di nuovo e ti avvii con il fondo tagliato di una bottiglia di plastica verso il piccolo recinto addossato alla capanna dove c’è l’unico bene che possiedi: una capra scheletrica e dall’espressione triste, ma che ancora riesce a darti un paio di bicchieri di prezioso latte ogni giorno. Finché dura.

Immagina di mungerla tra le mosche affamate più di te e un pungente odore di putrefazione e di portare anche il nettare giallognolo e grasso nel riparo della capanna.

Ecco la cena è quasi pronta. Poi potrai finalmente dormire e ritrovare la forza di rialzarti per affrontare un’altra giornata.

Sei lì, sprofondato nel divano con la cervicale che pizzica e la noia che ti opprime l’anima.
Immagina... puoi.


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25 febbraio 2014

ME LA TIRAI...

Ho già raccontato molte volte del mio arrivo in Italia nel 1969 e della mia infanzia trascorsa in Danimarca dove eravamo emigrati dopo un pellegrinaggio di anni vissuti tra un campo profughi e l’altro, provenienti dalla ex Jugoslavia.

Nato in un campo profughi da padre italiano e madre slovena, cresciuto in Danimarca, ovvio che l’italiano per me era un territorio da scoprire e conquistare giorno dopo giorno, con fatica e spesso inciampando come ancora oggi mi capita arrampicandomi alla ricerca di sinonimi e tempi verbali.

Non mi aiutò l’aver iniziato le elementari in Danimarca a sette anni e lì averle frequentate fino alla quarta per poi cozzare contro la rigidità di una maestra (della quale ho rimosso nome e aspetto) che si oppose al mio passaggio nella quinta italiana poiché, parole sue, “Non aveva tempo di star dietro a uno che non sapeva l’italiano”. In realtà non è che non sapessi l’italiano, lo masticavo mescolandolo con il dialetto trevigiano di mio padre e quello goriziano di mia madre. E’ vero che nella mia testa ogni singola parola faceva un funambolico percorso di traduzioni dall’italiano al dialetto al danese e viceversa, ma non ero un idiota e magari con un po’ d’aiuto ce l’avrei fatta senza troppi problemi. Ma tant’è, mi trovai a frequentare la quarta elementare con ragazzi e ragazze che avevano due anni meno di me e a quella età due anni equivalgono a dieci.

Alla faccia della preoccupata maestra venni promosso e superai brillantemente l’esame di quinta. Certo il mio italiano era ancora zoppicante e il mio vocabolario era ben lungi dall’essere sufficiente a sostenere una conversazione che andasse oltre i convenevoli ma mi arrangiavo, anche improvvisando e ovviamente raccogliendo un’abbondante serie di figuracce.

Al di là degli inciampi, ogni giorno era però una continua e stimolante scoperta di termini nuovi che memorizzavo e poi magari usavo a sproposito o in un modo che per un bambino poteva suonare stonato. Chessò, per esempio “affinché” non avevo idea che fosse una congiunzione e che oltretutto richiedesse il congiuntivo, così lo infilavo un po’ ovunque fino a sparare mostruosità del tipo “Mangio affinché sono pieno!”. Che ne sapevo io? Mi suonava bene e non è che i miei compagni italo-veneti ne sapessero molto più di me. Mi guardavano strano e forse avranno pensato che me la tiravo un po’.

A proposito di veneto, devo dire che anche imparare il dialetto non è stato semplice. Quello che conoscevo io non aveva nulla a che fare con quello dell’entroterra veneziano e anche l’esplorazione di quel mondo è stata un’avventura non da poco.

A causa dei due anni persi per strada, sono arrivato in prima media alla bella età di tredici anni in classe con ragazzi e ragazze di undici (qualcuno addirittura di dieci). Per fortuna sono capitato in una scuola nuova con tutti insegnanti giovani, una preside illuminata e due compagni di classe ripetenti che non mi hanno fatto sentire solo.

Musicalmente la mia infanzia scandinava è stata, a parte le canzoncine per bambini in danese, soprattutto inglese ed americana, merito dei miei fratelli più grandi che ascoltavano Bob Dylan, Donovan, Joan Baez, i Cream, i Rolling Stones, i Beatles, Elvis Presley, Little Richard e tanti altri. A dodici anni sapevo a memoria, pur non capendone il significato, un sacco di canzoni in inglese. Stupivo i miei compagni di giochi cantando come una sorta di scioglilingua “Obladì obladà” dei Beatles o “Rock around the clock” di Bill Haley. In questo caso me la tiravo un pochino.

Sapevo pochissimo della musica italiana. Qualche vinile che mia zia ci mandava a Natale insieme al panettone e gli auguri. Canzoni della tradizione veneziana, romanze e arie liriche o interpreti come Milva che cantava “Milord”, Claudio Villa, Domenico Modugno, Peppino Di Capri che negli anni sessanta andavano per la maggiore. In casa si ascoltava anche molta musica slovena, polke, mazurke e valzer suonati da sgangherate orchestrine in costume tradizionale accompagnate dal profumo di salsicce, crauti e fiumi di birra danese.

I primi anni in Italia naturalmente guardavo molta televisione, per curiosità ma anche perché ero affascinato da quei suoni nuovi che, ero consapevole, dovevo assimilare il più in fretta possibile.

E allora vai con Canzonissima, Sanremo, i varietà del sabato sera, gli sceneggiati, la TV dei Ragazzi, la cordiale simpatia di Febo Conti, le signorine buonasera, Ruggero Orlando e la sua erre arrotolata che ricordava quella danese, Alighiero Noschese, Raffaella Carrà, Corrado e naturalmente Mina, Massimo Ranieri, Mino Reitano, Gianni Morandi, Gianni Nazzaro, Nada, Adriano Celentano, Caterina Caselli, Rita Pavone, Orietta Berti, Ornella Vanoni e tutti i melodici italiani più o meno urlatori.

Intanto però i miei fratelli che erano rimasti in Danimarca venivano in vacanza da noi durante l’estate e continuavano a portarsi il loro bagaglio di musica folk, di protesta, rock e beat. Ovviamente traducevano in italiano anche i loro gusti musicali e quindi quando scendevano cercavano gli omologhi italiani dei loro modelli anglofoni. Incuriosito dalle loro scoperte, cominciavo perciò ad ascoltare anche Gaber, I Nomadi, Guccini, De Andrè e poi De Gregori, Battisti, , Bennato, Venditti, Dalla e tutti i loro illustri predecessori del cosiddetto universo cantautorale come Bindi, Gino Paoli, Tenco e i francofoni Brel e Brassens. Un “bombardamento” di parole niente male per il cervello affamato di un tredicenne.

Fecero capolino sulla scena musicale di quegli anni un bel po’ di nuovi gruppi rock che, lo dico semplificando, mescolavano la tradizione rock con elementi più melodici, con radici nel blues e che pur suonato con gli strumenti tipici del rock, richiamava a tratti la musica classica e il jazz. In estrema sintesi questo nuovo genere venne denominato “progressive rock” (o prog rock) che nella prima metà degli anni settanta vide nascere moltissime formazioni italiane che si ispiravano a band psichedeliche quali i Pink Floyd, i Procol Harum, gli Aphrodite’s Child, The Who o l’immenso Frank Zappa, solo per fare alcuni esempi.

Mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti esordivano i Jethro Tull, i Van Der Graf Generator, i King Crimson, i Genesis, gli Yes, Emerson Lake & Palmer, in Italia nacquero gruppi come  gli Area, i Goblin, i New Trolls, il Banco del Mutuo Soccorso, le Orme, la Premiata Forneria Marconi che però, almeno all’inizio vennero etichettati come esecutori di un non meglio definito “pop italiano”.

Cominciava ad essere sempre più complicata la mia costante opera di traduzione non solo delle parole ma anche delle sensazioni, delle emozioni italiane. La musica e le parole di questi nuovi gruppi si sovrapponevano a  quello che stavo imparando a considerare “straniero” nel mio percorso di italianizzazione. Ora capivo il senso dei testi ma molte parole ancora restavano nell’ombra. Un po’ meglio di quando cantavo Obladì Obladà ma non ancora sufficientemente limpido, persino i nomi in alcuni casi rimanevano un mistero da svelare.

“Area” era facile, sapevo bene che era riferito ad una superficie o ad un luogo. “Orme” c’ho messo poco a capirlo. “Premiata Forneria Marconi” mi ha messo in difficoltà ma non mi ci è voluto molto a mettere insieme i pezzi del puzzle (Premiata=che ha ricevuto un premio; Forneria=che ha a che fare con un forno; Marconi=il nome del forno). “Goblin” e “New Trolls” era facile; avevo vissuto in Danimarca dove goblins e trolls infestano tutte le fiabe. Sul “Banco del Mutuo Soccorso” invece, mi sono incagliato.

Cosa diavolo voleva dire? “Banco” ok doveva essere qualcosa che aveva a che fare con il banco di scuola oppure il bancone di un bar. Anche di “Soccorso” conoscevo il significato.
Ma “Mutuo”? E chi l’aveva mai sentita quella parola? Io no e, scoprii poi, nemmeno la maggior parte dei miei compagni di classe.
Confusione su confusione: come era possibile che nemmeno gli italiani conoscessero una parola italiana? In qualche modo ad un certo punto scoprii, forse leggendo un giornale, l’origine del nome e quindi il significato di quel termine così misterioso. La leggenda narra che Vittorio Nocenzi (tastierista e fondatore del Banco) ottenne un’audizione alla casa discografica RCA che era alla ricerca di nuovi gruppi musicali ma che Nocenzi non avesse all’epoca un gruppo a disposizione. Coinvolse quindi amici e parenti che fossero in grado di suonare e si presentò con quello che decisero di chiamare appunto “Banco del Mutuo Soccorso” ispirandosi al fatto che si erano aiutati l’un l’altro per risolvere il problema.

Ero molto orgoglioso di me stesso per aver chiarito l’arcano e naturalmente non perdevo occasione per raccontarlo a chiunque me lo chiedesse, ma anche che non me lo chiedesse.

Forse è stato quello il momento in cui per la prima volta mi sono sentito italiano.

E quella volta sì, me la tirai.

(dedicato con affetto a Francesco Di Giacomo).




23 ottobre 2013

SOGGEZIONE

Chi non si è mai sentito, almeno una volta nella vita, in soggezione?

Io decine, centinaia di volte. So bene cosa significa non saper sostenere una conversazione o anche solo lo sguardo di qualcuno che per personalità o per posizione gerarchica ti fa sentire meno di zero. A dire il vero è una sensazione che ho provato spesso in passato, ingabbiato nelle mille insicurezze e paure di un ragazzo intimidito e reso fragile da circostanze particolari come possono essere quelle di chi si trova catapultato in una realtà completamente diversa da un giorno all'altro.

Ci sono voluti degli anni per convincermi che potevo anche avere tanti limiti e blocchi ma che dovevo sforzarmi di proporre agli altri semplicemente quello che ero e prima o poi avrei trovato qualcuno disposto ad aiutarmi, e così è stato.

La soggezione è strettamente imparentata con l'insicurezza e a volte con la malafede o la coscienza sporca.

Per esempio è diffusa la soggezione per le divise. Basta che in strada ci sia una guardia giurata perché tutti gli automobilisti rallentino e magicamente si trasformino nei più ligi osservanti del Codice della Strada. La maggior parte di noi suda e a volte perfino balbetta se una volante della Polizia ci ferma per un controllo. Ma il concetto di divisa va anche oltre. Siamo in difficoltà ad affrontare una discussione con il medico, con l'infermiere, con il barelliere, con il postino, il parcheggiatore, il bigliettaio. Temiamo l'autorità e di conseguenza, il più delle volte, finiamo per odiarla. Chi non odia ciò di cui ha paura?

Chiunque detenga un briciolo di potere, lo esercita facendo leva sulla soggezione che quasi sempre riesce ad incutere usando le armi che la propria posizione gli mette a disposizione. Può essere, come detto, la divisa ma anche la burocrazia e i suoi labirinti, il linguaggio forbito di chi si esprime per citazioni e latinismi oppure un atteggiamento aggressivo o arrogante.

Insomma ci siamo passati tutti e dobbiamo farci i conti tutti i santi giorni.

Durante il servizio militare, ormai molti anni fa, ricordo che con alcuni commilitoni parlammo di questo argomento che sentivamo molto in quel periodo della vita così aspramente sottoposto a pressioni di tipo gerarchico. La soggezione è uno dei fondamenti della vita militare, è il sistema di sottomissione e di controllo più efficace. Gli ufficiali hanno potere di vita o di morte sui soldati e dal momento che decidi di far parte di quel meccanismo metti la tua esistenza nelle mani del tuo boia, firmi una delega in bianco e accetti di vivere nel terrore di essere punito se non esegui i loro ordini (ma ti diranno “se non fai il tuo dovere”). Non ha forse detto esattamente questo Priebke per giustificare i suoi crimini? Ha detto che doveva eseguire gli ordini sennò l'avrebbero fucilato. Anche un criminale nazista dunque ha soggezione di qualcuno, ha paura di un'autorità convenzionalmente superiore che può influire, anche pesantemente nella sua vita.

Senza arrivare ad esempi così estremi, basta pensare all'impiegato di un comunello sperduto tra le montagne che deve occuparsi contemporaneamente dell'ufficio anagrafe, della contabilità e magari anche di aprire e chiudere il cimitero. Non si sognerebbe mai di sgarrare di una virgola se un suo superiore minacciasse di non firmargli un permesso per andare a farsi la gastroscopia che rinvia ormai da anni. Il poveretto si terrà la gastrite contenendola a vagonate di Maalox e non se la prenderà con il suo capo ma con il primo malcapitato che allo sportello gli chiederà copia conforme dell'atto di nascita.

La soggezione dovrebbe essere considerata a tutti gli effetti una malattia sociale. Si dovrebbero organizzare corsi per imparare a gestirla e combatterla. La soggezione è un vortice emotivo e culturale che impedisce di pretendere il rispetto dei nostri diritti e di conseguenza anche di avere consapevolezza dei nostri doveri. La soggezione aumenta le distanze, acuisce le differenze, alimenta incertezze e insicurezze. La soggezione è l'inutile e dannosa fobia per riferimenti sociali convenzionali e a volte effimeri come il ricco, il bello, il superiore di grado, lo spigliato, il ben vestito, l'auto di lusso, l'autorità fine a se stessa, il genitore autoritario.

Che fare? Come uscirne?
Beh, un piccolo aiuto può darlo immaginare il soggetto che vi mette in soggezione con i pantaloni calati, seduto sulla tazza del cesso mentre si sforza di eliminare le scorie corporali che sono esattamente come quelle di chiunque altro, stesso colore, stesso odore, consistenza variabile.

Provate e vedrete che la sua aura di superiorità si ridimensionerà parecchio.




permalink | inviato da rumoridigente il 23/10/2013 alle 8:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa



14 settembre 2013

L'AQUILONE

Avrò avuto sì e no sedici anni, un adolescente che aveva già vissuto parecchio. Nato in un campo profughi, poi l'emigrazione, l'infanzia al nord a metà strada tra il tepore mediterraneo e il gelo del Polo Artico. Il ritorno in Italia con una scelta di tempi che più sbagliata sarebbe stato difficile, nel 1969 in pieno autunno caldo, scioperi, picchetti, licenziamenti, crisi che poi diventò anche energetica, austerity, inflazione, insomma più o meno come adesso, solo che allora le informazioni erano d'inchiostro sui giornali oppure le voci dai toni gravi e preoccupati dei conduttori del TG, oggi tutto scivola sulle frequenze impalpabili e disimpegnate dei tablet, degli smartphone, del cazzeggio.

A sedici anni i ragazzi si divertono,ma a quel tempo c'era poco da ridere. A colazione latte con l'orzo e pane, a pranzo pasta spesso in bianco e a cena a volte doveva bastare pane, mortadella e un'insalata condita con l'olio di semi. L'anno prima avevo cominciato a lavorare da stagionale in un campeggio e quello che guadagnavo durante l'estate doveva bastarmi per tutto il resto dell'anno. Ho imparato presto a non avere invidia e a fare di necessità virtù. Per andare a lavorare mi serviva un motorino. E certo il Ciao sarebbe stato il massimo, magari azzurro, ma costava troppo e con il primo stipendio mi comprai un Califfo Atala verde metallizzato, esteticamente lontano un milione di chilometri dal profilo elegante del noto motorino Piaggio, ma più grosso e “adulto”del “ciaeto” tanto diffuso tra i miei coetanei più benestanti. Ne ero orgoglioso come un padre del figlio, quello un po' sfigato.

Era una vita difficile ma, se proprio vogliamo trovarci un aspetto positivo, una vita molto concreta che nella difficoltà di sbarcare il lunario costringeva ad essere attivi, creativi, perfino positivi se non addirittura ottimisti.Quando si ha solo il bicchiere si tende a sperare di vederlo un giorno almeno mezzo vuoto.

Tutto questo mi portava ad essere un ragazzo serio, non musone, ma riflessivo e a volte brontolone. Qualcuno dei miei amici di allora, guardando delle foto mie a quell'età, si è lasciato scappare che “non sono cambiato per niente”, il che vuole dire che oltre a essere ancora un brontolone,a sedici anni ne dimostravo già cinquantacinque.

Il carattere e il temperamento di una persona, me compreso, si formano e si trasformano a seconda delle esperienze che si vivono, delle persone che si conoscono e di ciò che questi incontri portano con sé e quanto di questo vissuto poi trasformiamo e adattiamo a noi stessi.

Come tutti anch'io ovviamente ho incontrato di volta in volta sulla mia strada, secondo i periodi storici e biologici, persone, situazioni che mi hanno fatto fare delle scelte o che mi hanno acceso delle passioni. Le letture, la musica, la pittura, il disegno, lo sport, la politica, ciascuna di queste espressioni ha una o più volti di persone, voci, suoni, colori che un pezzetto alla volta, senza che me ne rendessi conto, hanno costruito e continuano a costruire la persona che sono.

Per esempio con i libri ho cominciato bene. Il primo libro vero che ho ricevuto in dono è stato “Emil fra Lønneberg ” (Emil da Lonneberga) di Astrid Linfgren con i delicati disegni di Björn Berg, l'autrice svedese anche di Pippi Calzelunghe per intenderci. Me lo regalò mia sorella l'ultimo Natale che trascorsi in Danimarca prima del rientro in Italia. Una serie di storie divertenti che servì ad addolcire un po' la drammaticità di quel cambiamento così radicale di abitudini, di cultura, di mentalità, di odori. L'ho letto e riletto decine di volte ed è ancora lì sulla libreria vicino a Jules Verne, Andersen, Salgari e altre avventure. 

Musicalmente durante l'infanzia negli anni sessanta in casa si seguivano sostanzialmente due filoni: da una parte quello melodico rappresentato da arie d'opera gorgheggiate da Beniamo Gigli e la radio sintonizzata sul gracchiante canale italiano che diffondeva le hit dell'epoca; dall'altra quello rock o, per l'epoca alternativo, dei nuovi cantautori americani che avevano raccolto l'eredità della beat generation e del folk sociale di Woody Guthrie. Insomma in salotto volava la colomba bianca di Nilla Pizzi e dalle camere dei miei fratelli si sentivano il blues dei Rolling Stones e la voce nasale di Bob Dylan. Lungo il corridoio ogni tanto ci scappava pure qualche accordo dei Beatles. Ma questo appartiene ad un periodo di lettura e di ascolto in qualche modo passivo perché indotto da terzi. Non ero stato io a scegliere cosa leggere e cosa ascoltare. Il mio “attivismo” culturale iniziò con altri due regali che però furono talmente importanti che convinsi me stesso di averli scelti io in prima persona. 

Mio fratello maggiore, quando da poco avevo compiuto quattordici anni, prima mi fece sentire (e mi lasciò) “Tutti morimmo a stento” primo concept album del 1968 di Fabrizio De Andrè e qualche mese più tardi, non contento, mi regalò il romanzo “Demian” di Hermann Hesse. Ce la misi tutta per capire e perciò ascoltai e riascoltai il vinile fino a consumarlo e rileggevo le stesse pagine daccapo e daccapo, ma la scarsa confidenza che ancora avevo con l'italiano da una parte e l'età non proprio adatta per tali ascolti e letture dall'altra, non mi aiutarono. La cosa mi sconfortò non poco ma alcuni anni dopo riascoltando il disco e rileggendo il libro, mi accorsi che qualcosa di quei “mattoni” in me era rimasto perché ricordavo i versi, le melodie e perfino l'intreccio del racconto. Evidentemente insieme alla memoria avevo conservato anche una piccola parte dell'oscurità che De André e Hesse avevano messo in musica e parole. Un'ombra che si sposta sulle pareti del cuore, a volte scende fino allo stomaco o mi prende alle spalle appesantendomi la schiena e la vita, ma alla quale ormai sono abituato e, anzi, considero utile quando sento il bisogno di ripararmi dalla troppa luce.

Ho imparato presto che nulla è dovuto, che a volte non è sufficiente chiedere per avere, a volte occorre alzare la voce ma che è inutile gridare se non si hanno le parole che diano un senso a quelle urla.

Avrò avuto sì e no sedici anni, un adolescente che aveva già vissuto parecchio. Scrissi una canzone che mio fratello Luciano musicò.
Ricordo solo l'incipit che faceva:

“Non voglio essere un aquilone
non mi va di volare...”.

Il cielo lasciamolo alle nuvole e agli uccelli.
La gravità che ci tiene attaccati a terra, in fondo non è tanto grave.




permalink | inviato da rumoridigente il 14/9/2013 alle 8:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



11 settembre 2013

GLI 11 SETTEMBRE

Avevo 15 anni. Da appena quattro ero arrivato in Italia dopo un'infanzia trascorsa tra il mare e le colline di un piccolo paese di pescatori a settanta chilometri a nord di Copenaghen. Stavo ancora familiarizzando con l'italiano che sino ad allora avevo frequentato poco e male. In casa si parlava un misto tra dialetto veneto con accenti goriziani, lo sloveno di mia madre e il croato dei molti amici istriani e fiumani e naturalmente il danese che si parlava fuori casa, a scuola e tra di noi fratelli.

Si può comprendere quindi che non sempre riuscivo a capire tutte le informazioni che mi giungevano su quello che succedeva in Italia e nel mondo. Oltre che per l'età proprio perché di alcune parole non conoscevo il significato e perché ero concentrato sulle mille cose che dovevo imparare ogni giorno per non restare indietro rispetto al nuovo universo che mi circondava.

Va da sé che dell'omicidio di Salvador Allende non ho un ricordo nel momento in cui è accaduto e men che meno ho vissuto e quindi immagazzinato emozioni, informazioni,elaborazioni di quanto successe prima, durante e immediatamente dopo l'11 settembre del 1973 in Cile. Ne ebbi solo una vaga percezione sentendone parlare, ma non avevo abbastanza strumenti per mettere insieme tutti i pezzi di un puzzle che mi sembrava complicatissimo.Faticavo ancora ad andare a fare la spesa da solo perché temevo di fare brutte figure, figuriamoci capire meccanismi così complessi.

Ero però cresciuto con due genitori che un giorno sì e l'altro anche ci raccontavano dell'esperienza partigiana, della loro giovinezza trascorsa a combattere i nazifascisti sulle montagne. A volte anche storie minime di vita quotidiana quando non c'era da mangiare, quando c'erano i bombardamenti o anche solo l'urlo delle sirene che buttavano giù tutti dal letto in piena notte. Gli stenti, la fatica di vivere, la disillusione di certi momenti di sconforto, ma anche la voglia di libertà e la volontà di conquistarla a costo della propria vita, sacrificando tutto pur di darsi un futuro. Tutto questo nella mia testolina da quindicenne ce l'avevo, magari non perfettamente consapevole, ma dentro di me sapevo che “Libertà era cosa buona,fascista cosa cattiva”. Un minimo di base ce l'avevo, insomma.

Con il tempo ho fatto pace con la lingua e piano piano me ne sono impossessato, anche se ancora oggi dopo tanti anni ogni tanto ho dei piccoli blackout che mi costringono all'affannosa ricerca del sinonimo più plausibile per finire una frase.

Avevo ormai chiaro in mente cosa significassero o cosa volessero evocare gli slogan che sentivo durante le manifestazioni. Non era difficile, in fondo gli slogan sono un po' come gli spot pubblicitari: con poche parole devono dire il massimo possibile. La sintesi è un ottimo esercizio linguistico e quindi quando nei cortei partivano i cori mi divertivo moltissimo. Un po' meno riuscivo a sopportare le interminabili assemblee. Un po' perché, appunto, si sapeva quando cominciavano ma non quando si sarebbero concluse; un po' perché c'erano ragazzi e ragazze della mia età che sciorinavano delle pappardelle di discorsi pieni di termini per me ancora complicatissimi e costruivano frasi che sembravano essere state disegnate da degli architetti della parola. Negli anni '70 ho scoperto l'invidia e per combattere in qualche modo questo brutto sentimento, una volta mi sono fatto coraggio e sono intervenuto anch'io. Naturalmente ho completamente rimosso quello che ho detto o quello che non ho detto, non ricordo e non voglio ricordare!

Nei cortili delle scuole occupate si cantavano Guccini, Lolli, Gaber, Bennato. De Andrè no perché, colpevole per alcuni esagitati di aver pubblicato “La buona Novella” era stato bandito dalle occupazioni d'istituto. Io me lo canticchiavo per conto mio a casa, torturando le corde di una chitarra scassata.

Il dramma cileno riempì le nostre vetrine di maglioni multicolori e ponchos importabili per quanto pizzicava la lana grezza di cui erano fatti. Lo stesso vale per i berretti andini che torturavano il cuoio capelluto e che contribuirono, sono sicuro, alla calvizie precoce di molti ragazzi.Arrivarono i gruppi musicali cileni a portare notizie in prima persona del bagno di sangue non solo cileno ma di tutto il continente sudamericano sconvolto e travolto da colpi di stato e dittature militari.

In una sorta di solidale fratellanza libertaria e globale, resistevamo stoici ai pizzichi dei maglioni portati anche a primavera inoltrata (è lana pura, ci dicevamo, protegge anche dal caldo), tutti a strimpellare chitarre, battere sui tamburi o a soffiare nei flauti di bambù, cantando in uno spagnolo maccheronico la nostra vicinanza ai compagni sopraffatti dalla spietatezza di regimi foraggiati dai paesi capitalisti (noi compresi, ma questo si sarebbe ammesso più tardi).

El pueblo unido jamas serà vencido...Ci si credeva. Nella mia città hanno intitolato perfino lo stadio comunale ad Allende. Sulla facciata c'è scritto S. Allende e ancora oggi ogni volta che ci passo il mio cervello lo traduce in San Allende, non so perché. Lì dentro ho visto i miei primi concertilive. Ricordo Eugenio Finardi, gli Area, gli Stormy Six, un giovanissimo Alberto Camerini, ovviamente gli Inti Illimani, Angelo Branduardi già menestrello e la sua Fiera dell'Est.

Ci si credeva tanto da esserne coinvolti fisicamente.

Dopo la crisi economica post-boom ci stavamo avviando verso il periodo degli estremismi, gli anni di piombo, le stragi di stato e di mafia. Poi l'illusione di un secondo boom economico negli anni '80 spremuti come dei limoni nell'Italia da bere che ci ha portati esausti e intontiti dritti dritti a Mani Pulite che ci hanno messo poco a sporcarsi come e più di prima con l'arrivo dell'unto del Signore, colui che ci promise il futuro che avevamo perduto per strada inseguendo i suoi stessi nani, ballerini e i soldi facili che promettevano i suoi quiz sponsorizzati dal prosciutto biscottato.

Arrivò un altro 11 settembre. Diverso dall'altro ma ugualmente tragico e sconvolgente.

Un quindicenne che nel 2001 magari fosse appena arrivato, chessò, dall'Albania sarebbe stato investito da migliaia di immagini e filmati ripresi da ogni angolazione dei grattacieli che si sbriciolavano come in un videogame e avrebbe capito quel poco o niente che nel 1973 capii io.

Poi, crescendo, forse qualcosa avrà capito o forse no. Forse non saprà mai che c'era stato un altro 11 settembre. Probabilmente nella sua testa prevarrà il ricordo di un barcone arrugginito colmo di disperazione e speranza, un televisore nel centro d'accoglienza che trasmette a ripetizione la scena di un aereo che si conficca in un grattacielo, i colori vivi e invitanti di un prosciutto biscottato.

Ah, nel frattempo De Andrè è morto e io di cantarlo non ho mai smesso.




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6 settembre 2013

XENOS

Il razzismo teorizza che il genere umano possa essere suddiviso in razze biologicamente distinte, ciascuna con diverse capacità intellettive o morali. I razzisti, insomma sono convinti che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare gruppo razziale può essere definito superiore o inferiore rispetto ad un altro.

Il razzista, quindi, è uno stupidamente convinto di essere meglio di qualcun altro. Non significa che sia meno inquietante, ma il disturbo del razzista ha origini nella poca consapevolezza di sé e fondamentalmente in una cronica scarsità di autostima.

Cosa, invece, sia la xenofobia lo dicela parola stessa che, guarda un po', deriva dal greco ed composta dai termini “xenos” che vuol dire estraneo o diverso e “phobos”che significa paura. Lo xenofobo e perciò letteralmente colui il quale ha “paura del diverso” e in confronto al razzista ha a disposizione un campo d'azione molto più ampio per manifestare la propria patologia. Non ha sempre l'arroganza egocentrica di sentirsi superiore a qualcuno, no, lo xenofobo vive nel terrore di tutto ciò che non conosce. Rifiuta, a volte anche violentemente, quello che non gli è familiare o che per qualche motivo gli dà fastidio.

Allo xenofobo essere avvicinato da una persona con un colore di pelle diverso, provoca l'orticaria, l'ipersudorazione e una fantozziana secchezza delle fauci. Non concepisce che possano esistere essere umani diversi da lui e dalla sua ristretta cerchia di amici o familiari. Per lo xenofobo le persone non possono avere odori diversi, non possono esprimersi con idiomi diversi o addirittura accenti o dialetti diversi. Per capirci, uno nero, con le labbra carnose, i capelli ricci e folti, che parla con la erre moscia, agli occhi terrorizzati di uno xenofobo altro non può essere che una scimmia, magari un orango.

Dobbiamo comprendere le dinamiche mentali dello xenofobo e a volte metterci nei suoi panni, anche se alcuni esperimenti hanno provato che è un'esperienza pericolosa e talvolta devastante e senza possibilità di ritorno.

La “paura del diverso” dello xenofobo si manifesta in molti modi, a volte sorprendendo lo stesso direttointeressato.

Per esempio lo xenofobo possiede almeno un paio di pitt bull per difendersi dal mondo ma odia qualunque altra razza di cani. E' disponibile a trattare sull'intensità della sua avversione se si tratta di cani di stazza superiore ai suoi, ma vorrebbe in cuor suo vedere morti schiacciati in autostrada tutti gli altri. Non li odia, gli fa paura l'idea che la natura abbia potuto creare degli esseri così brutti, piccoli e inutili.

Lo xenofobo può guidare un'auto piccola o grande. La sua paura si rifletterà ovviamente su tutte quelle diverse dalla sua: se ce l'ha piccola odierà le grandi, se ce l'ha grande se la prenderà con le piccole. L'invidia o il senso di superiorità non c'entrano. E' solo paura di ciò che non conosce, di ciò che non è suo. E' follia.

Lo xenofobo è un pazzo che può arrivare a temere la propria ombra quando questa, per effetto del sole che si sposta, s'allunga o s'accorcia. Lo xenofobo, se ha la barba, non se la taglierà mai e se non ce l'ha, non se la farà mai crescere, perché teme di non riconoscersi allo specchio, teme di rischiare di perdere il suo piccolo posto nel mondo.

Lo xenofobo vive nel terrore di sestesso e dei tanti sé che potenzialmente può contenere.

Lo xenofobo è la sintesi della massima espressione della diversità: la solitudine.





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2 settembre 2013

STANCHEZZA

Vecia mia, te ne stai lì in quel letto da un pezzo. Tanto di quel tempo che neanche mi ricordo più esattamente quanto. Ma essendo comunque un mucchio di tempo, non fa alcuna differenza, è solo “tanto”.

E non so se te ne rendi conto. Ne hai consapevolezza? Tu lo senti questo scorrere dei giorni e delle notti sempre uguali fino allo sfinimento? A guardarti sembra di no. Mi dicono che non si può sapere. Mi dicono che finché ti lamenti sei viva. Eccolo lì il dolore: secondo loro il dolore, il malessere, la fatica sono sintomi di vita, come se paradossalmente la vita fosse una malattia. Forse lo è, forse siamo sani solo un attimo prima di nascere. Non è forse vero che la prima cosa che facciamo, ancor prima di aprire gli occhi al mondo, è piangere? E la prima cosa che dicono è che va bene, piange perché è vivo!

In realtà non è che ti lamenti tanto. Lo fai quando qualcuno ti tocca per lavarti o per cambiarti, un paio di volte al giorno, non di più. Le tue vecchie ossa sgretolate e rese fragili dall’età e dalle tribolazioni, mal sopportano anche una carezza.

Ti piacevano le carezze vecia mia. Carezze e abbracci. Quante volte abbiamo ballato nel corridoio scivolando sgraziati sul marmo che lucidavi testardamente ogni giorno? Poi le gambe non ne hanno più voluto sapere di reggerti, un po’ per l’osteoporosi e l’artrosi, un po’ per la stanchezza.

Stanchezza. Quante volte in un giorno usiamo impropriamente questa parola? Siamo tutti stanchi di qualcosa o per qualcosa ma non so se sia vera stanchezza oppure solo pigrizia di vivere, noia o insoddisfazione, chissà. Diciamo di essere stanchi e questo sintetizza tutto senza costringerci ad approfondire. Magari scopriremmo che non siamo stanchi ma che abbiamo solo bisogno di spegnere la luce qualche istante, oppure di ascoltare della musica, di regalarci il lusso di sprecare del tempo.

Vecia mia, quando deciderai di spegnere la luce, sono certo, si spegnerà anche un po’ della mia ma la strada la conosco: mi basterà seguire le orme dei nostri passi sul marmo lucido del corridoio.




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29 agosto 2013

QUESTIONI DI LINGUAGGIO

LINGUAGGIO BUROCRATESE POLITICHESE.

Dopo uno sforzo di condivisione che, non nascondo, è stato faticoso sia in termini di tempo che di energie spese a far convergere le parti coinvolte in un unico obiettivo che tendesse solo ed unicamente al bene del Paese, siamo giunti finalmente e con soddisfazione a produrre un documento unitario che, sono convinto, incontrerà il favore e l'apprezzamento dell'opinione pubblica e del Parlamento tutto.
Gli uffici tecnici preposti ci hanno fornito tutte le informazioni necessarie ad approfondire l'argomento in questione e ora possiamo senz'altro diffondere pubblicamente i dati, gli importanti dati, che abbiamo raccolto e analizzato.
E' fuori d'ogni dubbio che, soprattutto nella stagione estiva, a seguito di una precipitazione piovosa di media intensità, allo smettere della stessa può esplicitarsi, al ricomparire dell'irradiazione solare, il fenomeno della sospensione nell'aria di minuscole particelle d'acqua. Tale temporanea sospensione produce uno spettro quasi continuo di luce, descrivendo un arco di bande cromatiche, conseguenza della dispersione e della rifrazione della luce solare contro le pareti delle gocce stesse.
La suddivisione tradizionale delle bande colorate è per convenzione la seguente:
Rosso, Arancione, Giallo, Verde, Blu, Indaco, Violetto.

E' attualmente allo studio la presenza di ulteriori cromatismi intermedi che saranno oggetto di un eventuale successivo provvedimento.
Dato atto di quanto suddetto, si stabilisce che il fenomeno trattato rientra di diritto nella classificazione “fenomeni meteorologici” di interesse nazionale.


LINGUAGGIO COMUNE:

Che bello l'arcobaleno!


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26 luglio 2013

URLA PER SOGNARE

Sull'avvento dei cosiddetti “urlatori”in musica, ho un mia teoria. Forse è un'idea un po' bislacca ma, insomma, non sono un musicologo e nell'elaborare certi concetti mi affido solo ai limiti della mia esperienza e all'osservazione.

L'urlatore si fa sentire in Italia a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, nel pieno di quello che ricordiamo come “boom economico”. Un periodo di euforia economica e sociale che, a dire il vero, durò meno di quanto se ne abbia la percezione nella memoria collettiva. Già a metà degli anni sessanta il pallone del nuovo benessere si andava sgonfiando e poi avrebbe rivelato tutti i suoi lati più oscuri nei successivi vent'anni. I grandi scioperi della classe operaia che chiedeva più garanzie,salari e condizioni di lavoro migliori. Le rivolte studentesche sull'onda dei flower power americani e dei neo rivoluzionari cugini francesi. Poi la crisi energetica, altri scioperi e tensioni sociali sempre più acute, fino agli attentati e alla cosiddetta lotta armata di destra e di sinistra. Pareva che volessero ammazzarsi tutti a vicenda, fino ad arrivare al punto che non si distingueva più il nero dal rosso, la notte dal sangue.

L'urlatore, dicevo, arriva nella seconda metà degli anni cinquanta in un'Italia ancora profondamente ferita dalla guerra. Avevamo una nuova Costituzione, un Parlamento democraticamente eletto e tanta speranza e ottimismo negli occhi.Certo da soli non ce l'avremmo mai fatta a rialzarci in piedi, a far ripartire l'economia e allora ci pensarono i salvatori americani. De Gasperi si fece prestare un cappotto per volare negli Stati Uniti a discutere i termini e le modalità degli aiuti economici e strutturali di cui avevamo bisogno. Quel cappotto fece arrivare nuove tecnologie, credito finanziario, conoscenza, la cioccolata in barrette, la Coca Cola e soprattutto i juke box!

Gli americani l'avevano capito da un pezzo che agli operai, dopo dieci ore alla catena di montaggio,bisognava offrire la possibilità di sfogarsi, magari anche di stordirsi un po' perché non pensassero troppo ai turni massacranti e alle paghe da fame. Il sabato sera nelle balere improvvisate dentro i bar di quartiere con pochi centesimi si ballava tutta la sera sulle note degli “shouters” americani come Howling Wolf e Joe Turner di cui nessuno sapeva manco pronunciare i nomi. Era una novità assoluta, un misto tra la malinconia del blues e la frenetica leggerezza del boogie-woogie, qualcosa che costringeva a muoversi, a dimenarsi perfino, scuotendo la testa, inventandosi ogni volta passi nuovi, una sorta di danza tribale liberatoria che dava l'illusione di poter rompere gli schemi almeno per una volta, lì nel bar di quartiere tra il boccione col pan pepato e le bottigliette giallognole di gazzosa.

La musica italiana a quel tempo risentiva ancora dell'influenza melodrammatica dell'opera e dell'operetta. I compositori scrivevano musiche fortemente melodiche e gli autori scrivevano testi perlopiù romantici e drammatici, Amori impossibili, tragedie familiari o auspici di vita tranquilla in una “casetta in periferia”, anche se qualcuno già si era avventurato nello swing, però garbatamente, senza esagerare “ba ba baciami piccina, sulla bo bo bocca piccolina...”. Spopolavano interpreti come Claudio Villa, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli e Achille Togliani. Voci tenorili e contralti che raccontavano con linguaggio semplice al popolo analfabeta il volo di colombe bianche, evocavano desideri e passioni richiamando esotiche località come Granada e dedicavano serenate alla Capitale in ricostruzione.

Fino ad un certo punto nei juke box hanno convissuto la tradizione e la novità, Nilla Pizzi e gli sconosciuti d'oltre oceano. Piano piano, un po' alla volta cominciarono ad arrivare sempre più americani. Con Elvis Presley e Bill Haley i giovani italiani scoprirono il rock 'n roll, un termine che anche solo onomatopeicamente diceva tutto: era obbligatorio scuotersi, muoversi, saltare, sudare, urlare. Un urlo che dopo meno di un decennio sarebbe diventato di rivendicazione, di protesta ma che per il momento era più uno sfogo fisico che intellettuale e culturale. Bisognava scrollarsi di dosso la fame e la miseria, le vendette, i rancori, le illusioni della guerra. Bisognava lavorare, produrre, spaccarsi la schiena e poi stordirsi per riuscire a darsi un motivo per rialzarsi il mattino successivo.

L'industria discografica (eh già, allora c'era una cosa che si chiamava “industria discografica”) non stette a guardare e nel giro di pochissimo tempo il mercato fu invaso da personaggi come Tony Dallara, Joe Sentieri, Clem Sacco, Ricky Gianco, Adriano Celentano, Giorgio Gaber, Little Tony, Gianni Morandi e le voci femminili (ancor più rivoluzionarie) di Betty Curtis, Mina, Jenny Luna, Rita Pavone, Caterina Caselli. Nomi d'arte americaneggianti e spesso look e movenze copiati pari pari dai modelli anglofoni.

Nonostante l'invasione urlatrice e la massificazione della musica leggera tramite eventi itineranti come il Cantagiro che attiravano ovunque centinaia di migliaia di fans scatenati ed adoranti. Nonostante l'arrivo della televisione nel 1954, che con la radio faceva sentire e soprattutto vedere questi nuovi beniamini a milioni di radioascoltatori e telespettatori, la musica italiana nel mondo continuava ad essere rappresentata da una solida base melodica. Tra i milioni di emigranti italiani sparsi nei cinque continenti si ascoltavano ancora le arie d'opera cantate da Beniamino Gigli, i vecchi 78 giri di Enrico Caruso e molti le canzonette anestetizzanti del ventennio fascista.

Tutto questo fino al 1958 quando un attore pugliese, ma che tutti credevano siciliano, si presentò al festival di Sanremo con una canzone, udite udite, di cui era anche autore. Di fatto fu il primo cantautore che ebbe a sua disposizione un palcoscenico così popolare per esibirsi. In coppia con un giovanissimo Johnny Dorelli che già faceva il verso a Frank Sinatra, presentò “Nel blu dipinto di blu” che poi sarebbe stata conosciuta universalmente come “Volare”. Canzone che ho sempre pensato estremamente “furba” e a suo modo geniale. Perfettamente consapevole del periodo storico in cui stava vivendo, Modugno con la collaborazione di Franco Migliacci, costruisce un brano che nell'incipit promette agli ascoltatori che non ci si discosterà molto dalla rassicurante tradizione italiana. La melodia è simpatica, pare di sentire di nuovo gli uccellini cinguettare in sottofondo, fa sorridere, ma già tra le prime parole del testo “mi dipingevo le mani e la faccia di blu” c'è qualcosa che non quadra. Dove vorrà andare a parare? Si sarà chiesto l'elegante pubblico in sala. La canzone di per sé non si apre mai in un “urlo” vero e proprio. Tanto per intenderci: nulla a che vedere con il Tony Dallara di “Come prima” che l'anno precedente aveva scalato tutte le classifiche di vendita conquistandosi di diritto l'appellativo di primo urlatore italiano. “Nel blu dipinto di blu” aumenta solo di volume nell'inciso ma non più di tanto. Quello che colpisce, oltre al testo a tratti surreale, è l'intensità e la fisicità dell'interpretazione. Modugno per la prima volta nella storia della musica popolare italiana, si muove sul palco e fa percepire la poesia del testo.. Non se ne sta fermo impalato davanti al microfono a far volare le colombe o a sognare casette in Canadà. Lui vola nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù e per dimostrarlo apre le braccia come per invitare tutti a volare insieme a lui. Pazienza se nel farlo la giacca si sgualcisce, se l'urlo nel cielo infinito sembra sbracato.

Per una volta in cielo ci si andava non per morire ma per cantare.

E cominciammo a desiderare oggetti di cui non avevamo bisogno, ma anche a sognare.



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