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  rumoridigente [ voci di strada, rumori di gente... ]
         

 
blog iniziato il 31 gennaio 2007
(contatore ShinyStat dal 22/2/07)


Marino Marini

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Sono uno qualunque
che ascolta i rumori
e a volte sente le voci.
Non ho obiettivi
particolarmente importanti e
non pensarci rende più gradevole
la sorpresa di averli raggiunti.
Benvenute/i
in questo non luogo...

(give peace a chance)

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CHE RUMORI? QUALI VOCI?

Diario
:
è la rubrica di base del blog...
pensieri più o meno liberi
e non classificati.

Storie:
racconti e ricordi di storie
mie o di altri illustri sconosciuti.

Il Bancone:
cronache dal
ventre di una Biblioteca.

Musicanti:
note di note e
di noti e meno noti.

Emigrazione:
tracce di emigranti.

Giochi o società:
appunti di attualità
o di attuale quotidianità.

Amenità:
per sorridere.

RACCONTO:
scriviamo insieme
LA storia.

DISEGNINI:
scarabocchi di un
talento sprecato.

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CONSIGLI PER LA LETTURA:



 

per info più dettagliate visitate il sito:

http://www.viadelcampo.com/

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HO ASCOLTATO DI RECENTE :

UN PO' DI TUTTO E UN PO' DI NIENTE...

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(SONO ANCHE SU MYSPACE 
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11 settembre 2013

GLI 11 SETTEMBRE

Avevo 15 anni. Da appena quattro ero arrivato in Italia dopo un'infanzia trascorsa tra il mare e le colline di un piccolo paese di pescatori a settanta chilometri a nord di Copenaghen. Stavo ancora familiarizzando con l'italiano che sino ad allora avevo frequentato poco e male. In casa si parlava un misto tra dialetto veneto con accenti goriziani, lo sloveno di mia madre e il croato dei molti amici istriani e fiumani e naturalmente il danese che si parlava fuori casa, a scuola e tra di noi fratelli.

Si può comprendere quindi che non sempre riuscivo a capire tutte le informazioni che mi giungevano su quello che succedeva in Italia e nel mondo. Oltre che per l'età proprio perché di alcune parole non conoscevo il significato e perché ero concentrato sulle mille cose che dovevo imparare ogni giorno per non restare indietro rispetto al nuovo universo che mi circondava.

Va da sé che dell'omicidio di Salvador Allende non ho un ricordo nel momento in cui è accaduto e men che meno ho vissuto e quindi immagazzinato emozioni, informazioni,elaborazioni di quanto successe prima, durante e immediatamente dopo l'11 settembre del 1973 in Cile. Ne ebbi solo una vaga percezione sentendone parlare, ma non avevo abbastanza strumenti per mettere insieme tutti i pezzi di un puzzle che mi sembrava complicatissimo.Faticavo ancora ad andare a fare la spesa da solo perché temevo di fare brutte figure, figuriamoci capire meccanismi così complessi.

Ero però cresciuto con due genitori che un giorno sì e l'altro anche ci raccontavano dell'esperienza partigiana, della loro giovinezza trascorsa a combattere i nazifascisti sulle montagne. A volte anche storie minime di vita quotidiana quando non c'era da mangiare, quando c'erano i bombardamenti o anche solo l'urlo delle sirene che buttavano giù tutti dal letto in piena notte. Gli stenti, la fatica di vivere, la disillusione di certi momenti di sconforto, ma anche la voglia di libertà e la volontà di conquistarla a costo della propria vita, sacrificando tutto pur di darsi un futuro. Tutto questo nella mia testolina da quindicenne ce l'avevo, magari non perfettamente consapevole, ma dentro di me sapevo che “Libertà era cosa buona,fascista cosa cattiva”. Un minimo di base ce l'avevo, insomma.

Con il tempo ho fatto pace con la lingua e piano piano me ne sono impossessato, anche se ancora oggi dopo tanti anni ogni tanto ho dei piccoli blackout che mi costringono all'affannosa ricerca del sinonimo più plausibile per finire una frase.

Avevo ormai chiaro in mente cosa significassero o cosa volessero evocare gli slogan che sentivo durante le manifestazioni. Non era difficile, in fondo gli slogan sono un po' come gli spot pubblicitari: con poche parole devono dire il massimo possibile. La sintesi è un ottimo esercizio linguistico e quindi quando nei cortei partivano i cori mi divertivo moltissimo. Un po' meno riuscivo a sopportare le interminabili assemblee. Un po' perché, appunto, si sapeva quando cominciavano ma non quando si sarebbero concluse; un po' perché c'erano ragazzi e ragazze della mia età che sciorinavano delle pappardelle di discorsi pieni di termini per me ancora complicatissimi e costruivano frasi che sembravano essere state disegnate da degli architetti della parola. Negli anni '70 ho scoperto l'invidia e per combattere in qualche modo questo brutto sentimento, una volta mi sono fatto coraggio e sono intervenuto anch'io. Naturalmente ho completamente rimosso quello che ho detto o quello che non ho detto, non ricordo e non voglio ricordare!

Nei cortili delle scuole occupate si cantavano Guccini, Lolli, Gaber, Bennato. De Andrè no perché, colpevole per alcuni esagitati di aver pubblicato “La buona Novella” era stato bandito dalle occupazioni d'istituto. Io me lo canticchiavo per conto mio a casa, torturando le corde di una chitarra scassata.

Il dramma cileno riempì le nostre vetrine di maglioni multicolori e ponchos importabili per quanto pizzicava la lana grezza di cui erano fatti. Lo stesso vale per i berretti andini che torturavano il cuoio capelluto e che contribuirono, sono sicuro, alla calvizie precoce di molti ragazzi.Arrivarono i gruppi musicali cileni a portare notizie in prima persona del bagno di sangue non solo cileno ma di tutto il continente sudamericano sconvolto e travolto da colpi di stato e dittature militari.

In una sorta di solidale fratellanza libertaria e globale, resistevamo stoici ai pizzichi dei maglioni portati anche a primavera inoltrata (è lana pura, ci dicevamo, protegge anche dal caldo), tutti a strimpellare chitarre, battere sui tamburi o a soffiare nei flauti di bambù, cantando in uno spagnolo maccheronico la nostra vicinanza ai compagni sopraffatti dalla spietatezza di regimi foraggiati dai paesi capitalisti (noi compresi, ma questo si sarebbe ammesso più tardi).

El pueblo unido jamas serà vencido...Ci si credeva. Nella mia città hanno intitolato perfino lo stadio comunale ad Allende. Sulla facciata c'è scritto S. Allende e ancora oggi ogni volta che ci passo il mio cervello lo traduce in San Allende, non so perché. Lì dentro ho visto i miei primi concertilive. Ricordo Eugenio Finardi, gli Area, gli Stormy Six, un giovanissimo Alberto Camerini, ovviamente gli Inti Illimani, Angelo Branduardi già menestrello e la sua Fiera dell'Est.

Ci si credeva tanto da esserne coinvolti fisicamente.

Dopo la crisi economica post-boom ci stavamo avviando verso il periodo degli estremismi, gli anni di piombo, le stragi di stato e di mafia. Poi l'illusione di un secondo boom economico negli anni '80 spremuti come dei limoni nell'Italia da bere che ci ha portati esausti e intontiti dritti dritti a Mani Pulite che ci hanno messo poco a sporcarsi come e più di prima con l'arrivo dell'unto del Signore, colui che ci promise il futuro che avevamo perduto per strada inseguendo i suoi stessi nani, ballerini e i soldi facili che promettevano i suoi quiz sponsorizzati dal prosciutto biscottato.

Arrivò un altro 11 settembre. Diverso dall'altro ma ugualmente tragico e sconvolgente.

Un quindicenne che nel 2001 magari fosse appena arrivato, chessò, dall'Albania sarebbe stato investito da migliaia di immagini e filmati ripresi da ogni angolazione dei grattacieli che si sbriciolavano come in un videogame e avrebbe capito quel poco o niente che nel 1973 capii io.

Poi, crescendo, forse qualcosa avrà capito o forse no. Forse non saprà mai che c'era stato un altro 11 settembre. Probabilmente nella sua testa prevarrà il ricordo di un barcone arrugginito colmo di disperazione e speranza, un televisore nel centro d'accoglienza che trasmette a ripetizione la scena di un aereo che si conficca in un grattacielo, i colori vivi e invitanti di un prosciutto biscottato.

Ah, nel frattempo De Andrè è morto e io di cantarlo non ho mai smesso.




permalink | inviato da rumoridigente il 11/9/2013 alle 9:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


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