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blog iniziato il 31 gennaio 2007
(contatore ShinyStat dal 22/2/07)
Marino Marini

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Sono uno qualunque
che ascolta i rumori
e a volte sente le voci.
Non ho obiettivi
particolarmente importanti e
non pensarci rende più gradevole
la sorpresa di averli raggiunti.
Benvenute/i
in questo non luogo...

(give peace a chance)
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CHE RUMORI? QUALI VOCI?
Diario:
è la rubrica di base del blog...
pensieri più o meno liberi
e non classificati.
Storie:
racconti e ricordi di storie
mie o di altri illustri sconosciuti.
Il Bancone:
cronache dal
ventre di una Biblioteca.
Musicanti:
note di note e
di noti e meno noti.
Emigrazione:
tracce di emigranti.
Giochi o società:
appunti di attualità
o di attuale quotidianità.
Amenità:
per sorridere.
RACCONTO:
scriviamo insieme
LA storia.
DISEGNINI:
scarabocchi di un
talento sprecato.
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CONSIGLI PER LA LETTURA:

per info più dettagliate visitate il sito:
http://www.viadelcampo.com/
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HO ASCOLTATO DI RECENTE :
UN PO' DI TUTTO E UN PO' DI NIENTE...
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(SONO ANCHE SU MYSPACE )
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28 aprile 2012
CONSUMATA SOCIETA'
Le nostre vite sono regolate dal consumo. Consumo naturale di energia per recuperare la quale mangiamo, beviamo, dormiamo. Per stimolare il cervello e mantenerlo attivo ed efficiente, perpetriamo abitudini e coltiviamo passioni leggendo, ascoltando musica o suonandola, cantando, parlando, scrivendo, guardando un film o semplicemente la televisione, dipingendo, viaggiando e molto altro.
Ma qual è il limite che non bisogna oltrepassare perché il soddisfacimento di un bisogno basilare si trasformi in eccesso o in superfluo? Può una disponibilità economica anche parziale giustificare il superamento fine a se stesso di questo limite?
Ci viene insegnato a consumare (spesso addirittura inculcato) fin dalla più tenera età. Chi non si è mai sentito intimare di finire quello che c’era nel piatto, pur non avendo più appetito? Oltretutto con l’aggiunta del richiamo ricattatorio e paradossale ai bambini affamati in Africa. Ma come, devo strafogarmi di cibo di cui il mio corpo non sente il bisogno, mentre altri bambini muoiono di fame?
Il senso di colpa si insinua nella testa e inconsciamente per tutta la vita ci ingozziamo per non sentire il rimorso di sprecare il nostro benessere, magari ringraziando il nostro dio.
Ad alimentare ulteriormente le nostre dipendenze ci pensa la pubblicità. Strana invenzione la pubblicità. In origine era stata concepita come semplice comunicazione: io produco un oggetto e ti informo della sua disponibilità, delle sue qualità, del suo costo e se tu ritieni ti possa servire, lo acquisti. Col tempo questo semplice schema è diventato: io produco un oggetto e ti convinco che non puoi farne a meno e tu lo acquisti senza sapere veramente perché.
In questo periodo di crisi che stiamo vivendo senza che nessuno sappia esattamente che cosa stia accadendo, ci stanno convincendo che per uscirne l’unico modo sia quello di “stimolare la crescita”, che detto così potrebbe anche venire da pensare male. Infatti non è sbagliato pensare male poiché crescita in questo caso è solo l’ennesimo appellativo per definire il consumo che deve superare i limiti di cui sopra. Però “crescita” è anche una bella parola, ci fa pensare alla possibilità di passare ad un livello superiore rispetto a quello in cui malamente sguazziamo. In realtà si tratta chiaramente di un tranello linguistico. E’ come chiamare “operatore ecologico” il dignitosissimo “netturbino” che peraltro significa “colui che pulisce (netta) l’urbe (la città)” che a me sembra una definizione molto più corretta e anche più poeticamente popolare. Operatore ecologico ripulisce la percezione che abbiamo del servizio di raccolta dei rifiuti, sporcato non solo di immondizie ma anche da infiltrazioni criminali.
Allora la parolina magica è crescere e cioè consumare per salvare la nostra avanzata e sempre più competitiva società! E’ obbligatorio essere belli, felici, soddisfatti e sottomessi alle regole del mercato. Dobbiamo indignarci di quelli che non pagano le tasse ma, per effetto di una singolare alchimia, aumentano solo quelle di chi le paga. Ci vogliono convincere ad acquistare automobili “italiane” che ormai sono quasi totalmente prodotte sfruttando gli operai nei paesi dell’est europeo e con contratti di lavoro capestro negli Stati Uniti. Dobbiamo spendere e indebitarci perché solo stimolando il consumo si potranno preservare lavoro e benessere. Sarebbe a dire che se spendo più di quanto mi posso permettere starò meglio.
E’ tutto sbagliato.
Quello di cui veramente abbiamo bisogno è di decrescere, consumare meno per costringere la produzione ad assecondare i nostri bisogni e non solo i nostri desideri astratti e i loro conti in banca. L’unica crescita accettabile deve essere quella degli investimenti sulla ricerca scientifica e sulla cultura per inquinare di meno l’ambiente in cui viviamo e le nostre menti.
Non è utopia. Utopia è quando ci vogliono convincere di non poter fare a meno dell’inutile.
Pensiamoci, concentriamoci sulle schifezze con cui riempiamo i nostri carrelli della spesa, spegniamo la televisione e avventuriamoci più spesso nella lettura o nell’ascolto.
Non aspettiamo che lo faccia qualcun altro.
| inviato da rumoridigente il 28/4/2012 alle 10:23 | |
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14 aprile 2012
BUON VOTO
Sono contento di non dover votare a maggio.
In questo tecnologico tempo di tecnici, la politica sta raggiungendo livelli che più bassi sono raramente stati nella storia della Repubblica.
A chi dare il voto?
All’ABC informe maggioranza non maggioranza? Al PDL decapitato dai festini? Al PD che non si decide dove stare e che in questi giorni ha perso un’altra occasione per dire qualcosa di sinistra dichiarando che i rimborsi elettorali sono necessari alla vita dei partiti? A Casini (come si chiama il suo partito?) che, forte di un risicato 6% di consensi che gli assegnano i sondaggi televisivi, è convinto di stare al governo?
All’IDV che una ne fa e cento le dimentica?
A Sinistra Ecologia e Libertà (c’hanno ficcato di tutto nel nome fuorché “comunista”) che c’è, non c’è, ci fa, non ci fa?
Ai radicali... esistono ancora i radicali?
Ai verdi... esistono ancora i verdi?
Alla Lega?... ops scusate, quelli sono impegnati più cercare avvocati che voti.
E’ la solita storia: chi proprio non ce la farà a non votare, voterà “il meno peggio”. Più o meno la metà non voteranno. I rimanenti daranno sfogo alla propria fantasia per lasciare un ricordo significativo di sé sulla scheda elettorale.
| inviato da rumoridigente il 14/4/2012 alle 13:11 | |
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3 aprile 2012
SOSPENSIONE
Non scrivo più nulla da molto tempo e mi dispiace. Scrivere aiuta, mi ha sempre aiutato a focalizzare i problemi e sviscerandoli, in qualche modo affrontarli meglio, se non risolverli.
Ma non ci riesco. E’ un periodo sospeso nel quale sono talmente preso dalla quotidianità da non riuscire a concentrarmi sulla sua sintesi. Prendo appunti, come sempre, e rimangono lì. Brevi frasi, parole che a volte quando le rileggo, neanche mi ricordo a cosa si riferiscono. Accumulo ricordi che puntualmente dimentico. Magari sono solo in attesa di un briciolo di serenità.
Forse un giorno racconterò questo intervallo pieno di vuoto o forse no, forse avrò ricordi nuovi da raccontare.
Intanto, fiducioso, mi aspetto.
| inviato da rumoridigente il 3/4/2012 alle 11:17 | |
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9 febbraio 2012
Roma polare
Premessa:
mi considero un automobilista attento alle regole. Non supero i limiti di velocità, faccio passare i pedoni sulle strisce pedonali, rispetto i semafori, mi metto la cintura, non rispondo al cellulare mentre guido e soprattutto uso l’auto solo se strettamente necessario.
Perché questa premessa? Perché mi rendo conto di far parte di una schiera ridottissima di persone che concepiscono la macchina solo per quello che è, cioè un mezzo di trasporto e non un prolungamento delle proprie frustrazioni oppure la sublimazione di uno status sociale.
Non sto esagerando, basta guardare una qualsiasi strada a qualsiasi ora. E’ un flusso continuo e ingiustificato di scatole metalliche che ammorbano l’aria, ciascuna contenente un’unità carbonio con i nervi a fior di pelle, che parla al telefono, che ascolta musica con le cuffiette o che fa qualsiasi altra cosa che non sia prestare attenzione alla guida. Raramente le scatole contengono più di una persona e scommetto che altrettanto raramente quelle quattro ruote sono usate per percorrere non più di un paio di chilometri. A volte il traffico è talmente intenso che a piedi o in bicicletta si arriverebbe a destinazione in metà tempo. Ma niente, vuoi mettere la comodità?
In realtà non è di questo che vorrei parlare. Era solo per dire che, volendo e con pochissimo sacrificio, molto spesso dell’auto si può fare a meno.
Seconda premessa:
romani e amici di altre grandi città, non prendetevela per quello che scriverò. Non è mia intenzione generalizzare anche se la tentazione è forte. Conosco Roma abbastanza bene per esserci stato parecchie volte grazie al fatto che ci vivono amici che frequento da anni e quando ci vado ovviamente prendo il treno. Solo un paio di volte mi è capitato di andarci in macchina e ho solennemente giurato su quanto ho di più caro che non lo rifarò mai più.
Il primo impatto che si ha con la capitale è il cosiddetto Grande Raccordo Anulare (GRA), una tangenziale senza pedaggio che circonda Roma per circa 68 chilometri di lunghezza. E’ stato calcolato che ogni giorno vi transitano circa 160.000 veicoli (oltre 58 milioni all’anno!). Lungo il suo percorso vi sono innumerevoli svincoli, alcuni numerati, altri inspiegabilmente no. Ovviamente prima di affrontare un tale mostro di incongruenze e di massa veicolare, uno cerca di prepararsi, di studiare il percorso migliore e questo sulla carta non sembrerebbe nemmeno tanto difficile: arrivò lì, esco di là e arrivo dove devo arrivare. Magari!
A parte i perenni lavori in corso che già di loro inducono stati d’ansia e attacchi di panico, ciò che maggiormente può far uscire letteralmente di testa un automobilista forestiero, è la condotta assolutamente priva di ogni solidarietà o di minma considerazione dei piloti locali. In barba a limiti e indicazioni, sfrecciano superando a sinistra e a destra e se potessero sopra e sotto. Se niente niente si rallenta per leggere un cartello mimetizzato da secoli di incuria e da mille altri segnali sovrapposti, inizia un concerto assordante di clacson e di luci stroboscopiche accompagnate da espliciti gesti che di volta in volta ti invitano a morire ammazzato e/o andare a quel paese (e uso un eufemismo). La tensione sale e inevitabilmente si perde di vista l’uscita giusta. E chi ha il coraggio di uscire alla prossima e tentare poi in qualche modo di rientrare? A me è capitato di fare tutto il giro pregando, da ateo, la Madonna e tutti i Santi di ribeccarla giusta.
Usciti miracolosamente indenni dal primo girone d’asfalto, tocca inserirsi nel traffico urbano e naturalmente la candida ingeniutà di chi viene da fuori spera in cuor suo che i limiti delle strade cittadine siano più osservati. Speranza vana. Il primo semaforo che ho incrociato era rosso e diligentemente, dovendo proseguire dritto, mi sono fermato sulla striscia orrizontale in attesa che scattasse il verde. Dopo qualche secondo, tanto in fretta che non riesco a ricordarmi di averne avuta consapevolezza, mi sono trovato circondato da decine e decine di macchine, davanti, dietro, di fianco e, a spina di pesce, anche davanti (beatamente sopra le strisce pedonali). Chi doveva girare a destra era sulla corsia di sinistra e viceversa! Un bordello indescrivibile: strombazzamenti, frenate e accelerrate, gente che bestemmiava e che guardava gli altri con sguardi carichi di un odio vero, cattivo e inquietante. Mi sono imposto di non farmi condizionare e ho fatto passare tutti, anche quelli che facendo manovra per superarmi si sono sbizzarriti a declinare fantasiosi epiteti nei confronti di tutti i miei parenti, vivi o morti che fossero. Ne sono uscito, non so come ma ne sono uscito e in qualche modo abbiamo raggiunto gli amici che ci aspettavano. Naturalmente nei giorni successivi la macchina se ne è stata buona buona nel parcheggio e noi ci siamo comodamente mossi con i mezzi pubblici.
Perché racconto tutto questo? Ripeto, nulla contro i romani poiché la stessa scena probabilmente (anzi sicuramente) potrebbe essersi svolta a Milano, a Napoli e in qualsiasi altra grande città. Ho citato l’esperienza romana perché a Roma, in questo tipo di situazione e con questa mentalità, è nevicato per qualche ora. Basta il mio breve resoconto, sommato a pochi centimetri di neve per spiegare il caos di cui abbiamo sentito e letto in questi giorni. In particolare mi ha colpito, più delle polemiche tra sindaco e protezione civile, il racconto sommesso e civilissimo di un disabile rimasto bloccato su uno degli svincoli del raccordo anulare di cui sopra, dalle 11 di mattina fino alle 11 di sera. Era tutto talmente intasato che i mezzi di soccorso non sono riusciti a raggiungerlo e lui se ne è rimasto lì per tutte quelle ore a neanche un chilometro da casa in una delle più importanti capitali d’Europa. Ma sapete perché è rimasto bloccato su quella rampa? Non perché ci fossero così tanta neve e ghiaccio da impedirgli di percorrerla, no, perché in mezzo alla strada, proprio in mezzo alla carreggiata alcuni suoi concittadini hanno deciso di fermare la macchina per montare le catene. Le catene? Erano talmente tanti e sicuramente uno più imbestialito dell’altro, da aver occupato ogni centimetro quadrato di asfalto. Ma anche fossero stati dieci o più centimetri di neve, due sono le cose che si dovrebbero fare: o rallenti e procedi a passo d’uomo finché trovi lo spazio per fermarti o arrivi a destinazione, oppure la macchina la lasci a casa!
E’ neve e la neve prima o poi si scioglie. A Roma poi non resiste (come infatti non ha resistito) più di una giornata. Si scioglie e poi tutto torna come prima. Basta avere pazienza e aspettare un po’. Invece niente, tutti in macchina a correre di qua e di là apparentemente senza meta.
Sintomatico e tracicomicamente divertente sono stati poi ne giorni successivi i servizi andati in onda nei telegiornali. Alcuni amici mi hanno riferito che inviati imbaccuccati come eschimesi si aggiravano in centro alla ricerca disperata di un residuo cumulo di neve da inquadrare per giustificare il tono allarmato e drammatico della telecronaca. Per giorni e giorni sono andati in onda gli stessi filmati del tipo che rompe il ghiaccio con una scopa e di una tizia che traballa sugli stivali tacco dieci.
Non nego che il maltempo abbia provocato dei disagi, il maltempo questo fa. Dico solo che dobbiamo imparare a smettere di scaricare sugli altri le nostre responsabilità. Soprattutto in casi come l’emergenza, che emergenza non è stata, di Roma. Sono convinto che quel giorno molti avrebbero potuto evitare di usare la macchina e altrettanti potevano investire qualche minuto e pochi centesimi per procurarsi un paio di scatole di sale grosso da spargere sul marciapiede davanti casa.
In Danimarca (com’è lontana la Danimarca!) se non ti preoccupi di sghiacciare e pulire il tuo pezzo di marciapiede, ti danno la multa (coerentemente salata). Direte: “ma in Danimarca nevica spesso e ci sono abituati”... appunto impariamo qualcosa da chi ne sa di più.
| inviato da rumoridigente il 9/2/2012 alle 12:14 | |
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6 febbraio 2012
Inverno
E' inverno, inverno più profondo. Manca ancora un mese e mezzo perché finisca secondo la convenzione da calendario. Eppure ancora ci stupiamo che faccia freddo, che nevichi, che l'acqua congeli. Ancora ci facciamo trovare impreparati e goffamente spaliamo, montiamo catene e gomme speciali per poter continuare nonostante tutto ad intasare le strade.
Siamo fanciulli stolti noi civilizzati esseri umani. Non reggiamo il confronto con una natura che altro non segue che il suo corso. Facciamo di tutto per metterle i bastoni tra le ruote ma lei ci frega sempre. i suoi milioni di anni d'esperienza ci sommergono di fango, d'acqua e di ghiaccio e noi ricominciamo sempre daccapo, ma puntualmente senza trarne alcun insegnamento: ricominciamo daccapo a violentarla, a violentarci.
neve
maltempo
inverno polare
| inviato da rumoridigente il 6/2/2012 alle 17:30 | |
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16 novembre 2011
INTRERCETTAZIONI FINALI
Il Re Nudo, il dimissionario, ha ritenuto necessario, prima di traslocare da Palazzo Chigi, di gravare ulteriormente sulle nostre tasche con una serie di telefonate internazionali e intercontinentali a quelli che ritiene siano stati nel mondo i suoi colleghi capi di Stato, cancellieri e primi ministri.
Perché? E chi lo sa, forse per poterlo raccontare ai nipotini o perché, nonostante negli ultimi tempi tutti abbiano fatto mosse acrobatiche per evitarlo, è ancora convinto di essere simpatico e stimato. Mah, è un bel problema, ma sono affari suoi che dovrà discutere, se vorrà, con il suo analista.
Secondo le agenzie di stampa mister B. avrebbe telefonato a Barack Obama, Angela Merkel, a Sarkozy, Cameron, Erdogan, all'israeliano Netanyahu, all'amicone Putin e al suo valletto Medvedev e, udite udite, nientepopodimeno che all'ex presidente USA George W. Bush.
Eh... un bel parterre, non c'è che dire. Nei migliori dei casi, con ognuno di questi ci ha sempre rappresentati come delle macchiette da commedia all'italiana. Battutine, corna, riferimenti a parti anatomiche, al colore della pelle, sorrisi tirati e caciaroneria varia.
Ora però la faccenda è seria. La situazione è drammatica e nonostante si ostini a credere e a dire che lui e il suo governo non c'entrano nulla e che la colpa di tutto è dei mercati viziosi (ah beh, senti da che campana) e naturalmente dei giornali e dei giudici comunisti, è stato costretto, per amor di Patria (e certo...) a fare controvoglia quel “passo indietro”. Come un novello Garibaldi (mi si perdoni l'accostamento ardito) con un virtuale “Obbedisco!” è convinto di essersi messo sull'attenti di fronte al Paese immolando se stesso alla causa della crescita, o meglio, della ricrescita includendo la chioma corvina che ha appiccicato sulla testa.
Orbene, cosa può aver detto a quegli autorevoli personaggi che egli ritiene più o meno suoi pari?
Naturalmente a noi comuni mortali non è dato conoscere il contenuto di tali colloqui, ma un uccellino (no, non il suo!) mi ha recapitato alcuni brevissimi stralci delle storiche frasi pronunciate dal dimissionante e dunque vado a proporvele.
(con Obama): Pronto Barack? Sono Silvio. Come “Silvio chi?” tututututututututu
(con la Merkel): Halo Angela, ik bin ain berliner ja? Ma no, non sono Kennedy! Sono Silvio!! Ahahahah... Pronto?... Pronto?... Halo?... tututututututututu....
(con Sarkozy): Prontò Sarkò? Sei tu? Come no? Ah, è la domestica... ma che bella voce profonda che ha mademoiselle. Mi consenta, ma non è che per caso è in casa la signora Carlà? Eh?... Sarkò ma sei te? No, ma io non intendevo... sono stato frainteso... Come? A me? Ma come ti permetti, comunista giacobino tagliateste di un colonialista... tutututututututututu...
(con Cameron): Hellò Dàunin Strìt? Ai hev fàund de nòmber wid gògol... tututututututututu
(con Erdogan): Carissimo Erdogan, sono Silvio. La linea è disturbata... Come? Non puoi cosa? Ma dove sei?... Ah, al supermecato... Al supermercato?? Pronto? Pronto? Erdogan!! tututututututututu
(con Netanyhau): Ehilà Neta! Come stai?... Ah capisco, sei occupato. D'altronde con tutti quei territori occupati! Pronto? tututututututututu
(con Putin): Vladimir vecchio gasato, pronto, sei tu? Ci sei? Ah sì ecco, niente volevo dirti che da domani non potrò più venire in visita ufficiale... Come? Hai i tuoi casini anche tu? Questo lo sapevo già, in quanto a casini, chi ci batte a noi due? Vabbè, ciao, ci sentiamo... tutututututututututu
(con Medvedev): Pronto? Sì sono il premier onorevole cavalier Silvio Berlusconi. Sì grazie il governo è coeso, siamo una grande maggioranza e tutto va bene. Salutami la signora e a presto. tututututututututu
(con Bush): Pronto? Sì ciao sono io... Ah anche tu sei tu? Ahahahahah... Senti volevo chiederti una cosa: sai la faccenda delle mie dimissioni no? Ecco, non è che potresti chiamare chi sai tu e far fare un salto allo spread per un paio di settimane, così tutti vanno nel panico e io mi prendo il tempo per inventarmene qualcuna per salvarmi il culo? Ok, fatta! Ciao ciao e salutami corode se infitaia la vetta... (eh?) prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!!! ahahahahah... tutututututututututu.
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15 novembre 2011
SEMI...
A cosa servono i semini di sesamo sopra i panini da hamburger? Fateci caso, non hanno sapore e si infilano tra i denti, null’altro. Non è pane integrale, biologico, fatto con ingredienti controllati, no, è panaccio industriale probabilmente pieno di strutto e additivi che lo rendono e mantengono morbido per secoli. Più che panini, sono contenitori di quintali di grassi animali, proteine e un simulacro di insalata affogata in salse a base di coloranti, dolcificanti, addensanti e acido antiossidante. Il sesamo è lì solo per illuderci che quel fagotto colorato è naturale, o qualcosa di simile.
Lo stesso vale per i cartoncino che mantengono rigidi i colletti delle camicie che una volta tolti di mezzo, si afflosciano e il capo appena acquistato si trasforma in un mocio per lavare i pavimenti.
Quella meraviglia di borsa che in vetrina pareva reggersi da sola, svuotata della carta che la riempie, diventa una roba tutta piegata su stessa che inghiotte qualunque oggetto nel suo cul de sac senza fondo.
Specchietti per le allodole e le allodole ovviamente siamo noi che continuiamo a cascarci. Compriamo migliaia di cose inutili solo perché appaiono appetibili, belle, impacchettate dentro scatole luccicanti, con etichette colorate. Cosa importa se l’involucro fa lievitare il costo del 30 e più per cento? Che ci frega se l’assurdo imballaggio poi va a riempire discariche per la gestione delle quali paghiamo un prezzo sempre più elevato anche, e soprattutto, in salute?
Siamo prigionieri di un edonismo di riflesso: rifiutiamo la nostra immagine e la proiettiamo nel consumo di oggetti che ci dicono essere belli e ai quali non si può rinunciare se si vuole continuare a far parte della nostra avanzata società civilizzata. Dopotutto siamo una potenza economica. Partecipiamo di buon diritto ai G8, G12, G20 e G chi più ne ha, più ne metta. Se crolliamo noi, dicono che ci portiamo appresso tutta l’Europa, forse tutto il mondo!
Possiamo essere così irresponsabili da volere questo? Davvero vogliamo lavarci le mani e tirarci fuori da un sistema che ci permette di indebitarci liberamente e consapevolmente?
No, non possiamo.
E allora avanti con gli hamburger e abbonda di sesamo oste! La camicia mocio l’ho messa nella borsa che così sembra bella piena. Un paio di birre e me ne torno a casa contento con la station wagon nuova... no non è mia... è della banca.
| inviato da rumoridigente il 15/11/2011 alle 18:23 | |
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5 novembre 2011
GENOVA
Se penso a Genova mi vengono in mente tante cose. La città in sé ovviamente, che è di una bellezza violentata ma sempre potente, specialmente nei suoi angoli più nascosti dove solo un genovese ti sa portare. Mi viene in mente il mare ma non quello delle riviere e degli stabilimenti, ma quello del lavoro, della pesca e dei mercantili con l’aria salmastra che si mescola all’olio dei motori e il vento che nel porto fa cigolare i cavi delle gru. Mi viene in mente un dialetto che si dondola sulle armonie di un portoghese antico, ma che ricorda anche la musicalità ruvida del veneziano. Se penso a Genova mi vengono in mente i suoi tanti cantori e su tutti Fabrizio De Andrè che l’ha raccontata come pochi altri. Se penso a Genova vedo i suoi chiaroscuri, le sue ombre colorate tra i caruggi, sento i suoi odori di porto, i suoi sapori, la “fainà ch’a sùa” delle “sciamadde” e delle friggitorie, “a cimma”. Se penso a Genova penso al Pesto.
La prima ricetta scritta del Pesto risale alla metà dell'800 e da allora, salvo sbrigative semplificazioni nella tecnica d'esecuzione, non è cambiata.
Per fare il vero Pesto genovese occorrono innanzitutto un mortaio di marmo e un pestello in legno, scrupolosità e pazienza. Per prima cosa bisogna lavare in acqua fredda il basilico e poi metterlo ad asciugare su un canovaccio, nel frattempo nel mortaio si deve pestare uno spicchio d'aglio ogni trenta foglie di basilico, la ritualità sta anche nelle dosi. L'aglio deve essere dolce, non deve prevalere ma lo si deve sentire. E non deve mancare neppure il sale grosso, aggiungetene qualche grano. A questo punto, ma non tutte insieme, vanno aggiunte le foglioline di basilico e si inizia pestarle nel mortaio. Gli oli essenziali del basilico sono conservati nelle venuzze delle sue foglie e per ottenere il miglior sapore, bisogna ruotare leggermente il pestello in modo da stracciare, non tranciare, le profumate foglioline. Quando il basilico stillerà un liquido verde brillante sarà il momento di aggiungere i pinoli (è buono anche con le noci, ma sono più acide e grasse), fino ad ammorbidire ed amalgamare la salsa, regalandole un profumo gentile che fa da contraltare all'aglio. Quelli di qualità migliore sono nazionali e sono più cari, ma sfatiamo il mito della parsimonia dei genovesi e scegliamo il meglio! E' giunto il momento dei formaggi: parmigiano reggiano e pecorino sardo, adeguatamente stagionati e di qualità. Infine l'olio extravergine d'oliva, versato a goccia, dal sapore non troppo aggressivo, che sposi tutti gli ingredienti senza sopraffarli. Una raccomandazione importante: la lavorazione deve avvenire a temperatura ambiente e deve terminare nel minor tempo possibile per evitare problemi di ossidazione. A questo punto il Pesto è pronto e può essere utilizzato per condire le troffie, le trofiette, le “trenette avvantaggiae”, i “mandilli de saea” che di solito si cuociono assieme a fagiolini verdi piccoli e fette di patate, o può essere aggiunto per dare gusto al minestrone di verdure.
C’è chi, nell'epoca della fretta, per fare il Pesto Genovese usa il frullatore, ma l’effetto crema tende a non far distinguere i sapori, togliendo la piacevole asperità dei diversi ingredienti a favore di una fluidità dalla deprimente neutralità. Le cucine popolari non sono neutre, non possono esserlo.
Se penso a Genova mi viene la nostalgia di un amico che non c’è più che chissà cosa avrebbe detto di questa ennesima tragedia di acqua e di fango. Per l’ennesima volta avrebbe bestemmiato a denti stretti ma credo sarebbe prevalsa l’indole zenese fatta di aspro fatalismo e dell’indispensabile cinismo di chi ha scelto di vivere tra la friabilità della montagna e gli schiaffi del mare.
Città pestata in un mortaio di cemento dall’incuria dell’uomo e dalla furia della natura. In questi giorni i suoi ingredienti non si distinguono ma i sapori forti e penetranti sono lì, sempre presenti e riconoscibili.
| inviato da rumoridigente il 5/11/2011 alle 10:35 | |
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27 ottobre 2011
Giorno più o giorno meno...
Se provassi a calcolare il tempo consumato solo nella stretta cerchia della mia famiglia a combattere per ideali, princìpi e cosucce del genere che oggi a qualcuno piace definire “rigidità ideologiche” oppure “atteggiamenti anacronistici”, probabilmente non ci riuscirei e alla luce della realtà, probabilmente sarebbe alquanto frustrante.
Mio padre e mia madre hanno sacrificato la loro giovinezza alla lotta partigiana, nella speranza di darsi un futuro in cui credere e hanno poi continuato a lottare per la libertà, per il lavoro, per la giustizia, per il diritto ad una vita decente.
I miei fratelli più grandi hanno protestato, si sono fatti crescere i capelli, hanno indossato gli zoccoli, hanno cantato le loro rivendicazioni nei cortei di quella nuova categoria che qualcuno scoprì essere i “giovani”.
Ma non è bastato e quindi anch'io e il mio fratello più giovane abbiamo urlato, preteso, combattuto rischiando a volte un colpo di manganello o di spranga stretti nelle piazze tra i celerini da una parte e gli Autonomi dall'altra, ciascuno estremista a proprio modo.
Poi scioperi, ancora manifestazioni, assemblee, riunioni, litigi, momenti alti e momenti bassissimi, ma sempre impegnati e determinati a raggiungere lo stesso antico obiettivo dei nostri vecchi: darsi un futuro in cui credere.
Sono passate le ore, i giorni, le settimane, gli anni, i decenni. Tutto inutile? Tempo buttato?
La stanchezza suggerirebbe di rispondere di sì, ma sono decenni che siamo stanchi.
Giorno più o giorno meno che ci fa?
| inviato da rumoridigente il 27/10/2011 alle 11:10 | |
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11 ottobre 2011
OLTRE IL MURO
“Un pare mantien sete fioi, sete fioi no mantien un pare” (trad: un padre mantiene sette figli, sette figli non mantengono un padre).
La saggezza popolare, in quanto popolare, è talvolta grossolana ma sempre efficace nella sua capacità di sintesi. In questo caso si afferma che un padre (o una madre), si sottintende con grande sacrificio, cresce i suoi figli ma che questi, una volta adulti, non riescono a restituire il favore. Certo è una conclusione semplicistica ma tuttavia non troppo distante dal vero, almeno dal punto di vista meramente economico della questione.
Prima di tutto perché i figli, in buona parte dei casi, hanno a loro volta altri figli da crescere. Poi perché, in una realizzazione sociale ideale, si suppone che i genitori abbiano avuto la possibilità di accantonare sufficienti risparmi per sostenere da sé la propria vecchiaia.
Il proverbio forse, e purtroppo, si attaglia meglio alle relazioni affettive. Se è vero che ai genitori si rimane legati per la vita, è altrettanto vero che quando invecchiano oltre l'autosufficienza e nell'infermità, quel legame si trasforma drammaticamente. Non si vuole meno bene, anzi, forse se ne vuole anche di più, ma vengono a mancare tanti, troppi punti di riferimento, abitudini, e i vuoti che rimangono impongono un rapporto nuovo che non ha alternative. Ridere, piangere, arrabbiarsi o sorridere non fa nessuna differenza e giorno dopo giorno il cinico istinto di sopravvivenza rende sempre più impermeabili, passo passo con il progressivo decadimento fisico e mentale di chi ci ha dato la vita e che ora, davanti ai nostri occhi impotenti, è al capolinea della propria.
Non ricordo il giorno ma era ottobre di due anni fa. Già da qualche mese ogni tanto le capitava di avere qualche vuoto di memoria. Nulla che non rientrasse nella norma di una ultraottantenne che aveva vissuto una guerra, aveva conosciuto lo squallore dei campi profughi, l'umiliazione dell'emigrazione, gli stenti, che aveva cresciuto cinque figli, senza mai chiedere aiuto ad alcun dio e men che meno agli uomini. La pelle liscia e fresca, gli occhi vivaci d'azzurro cielo e uno spiccato senso dell'umorismo che stemperava il carattere forte e combattivo, questo era prima di quel giorno d'ottobre di due anni fa.
Uno sbalzo improvviso di pressione. Un corto circuito e in pochi secondi una fetta di tutta quella esperienza, di quella inestimabile ricchezza di ricordi, ha cominciato a dissolversi. I medici la chiamano ischemia, per me, per noi, è smarrimento, frustrazione, dolore.
Dopo qualche mese le gambe si sono stancate di reggerla e da un anno e mezzo trascorre le giornate a letto o su una sedia speciale.
Confonde i nomi dei figli e dei nipoti. Mio padre si è rassegnato ad interpretare di volta in volta i personaggi e i ruoli che lei gli attribuisce. Una volta è se stesso, un minuto dopo la signora che le ruba i vestiti, poi un signore gentile che le tiene la mano. Lui abbozza e si sforza di sorridere ma gli occhi tradiscono tutta la frustrazione nei confronti di un destino che gli sta precludendo il diritto ad un finale sereno come avrebbero meritato dopo oltre sessant'anni di gioie e tribolazioni vissute fianco a fianco.
Un muro di pochi centimetri separa la mia vita dalla loro silenziosa disperazione. Una fortunata coincidenza ha voluto che pochi mesi prima che s'ammalasse, si liberasse l'appartamento di fianco al mio. Eravamo così contenti di poter vivere vicini questi ultimi anni. Mi piaceva l'idea di svegliarmi la domenica mattina al suono della radio o di qualche vecchio vinile con le mazurke slave o i canti partigiani. Sentire nell'aria il profumo dal ragù o della pentola in cui bolliva per ore il minestrone. Erano bastate poche settimane, grazie al giardino e ad una primavera generosa di sole, perché cambiassero colorito e umore. La nuova casa era motivo di eccitazione, di allegria ma anche di animate discussioni. Tutto nella norma.
Invece ogni piccolo rumore che arriva da oltre quel muro mi fa sobbalzare. Mi sveglio in piena notte e tendo l'orecchio alla vana ricerca di un indizio di serenità. Il muro filtra i lamenti e i pianti che sembrano lontani ma che sono lì a due metri dalla mia impotenza.
E mi sento uno di quei sette figli che non sa restituire nemmeno una piccola misera frazione di quanto ha ricevuto.
| inviato da rumoridigente il 11/10/2011 alle 15:39 | |
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